La casa

15 febbraio 2009

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Untitled from bruccoleri stefano on Vimeo.

Questo video è stato realizzato per la redazione di Telestrada ed è stata un’occazione per fare il punto della situazione.

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La Fuga

16 dicembre 2008

        Un anno prima che cominciasse la mia carriera
 di Senza fissa dimora

Prima Parte

per blog
Acquerello realizato a casa di Fhilipp

20 settembre 2003   

Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.
Parentesi.

Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato HIV. Positivo all’HIV

Ho pianto.

A poche ore di distanza dalla  notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato.

Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.

Come è possibile a questo punto  essere sintetici?

Provo a mettermi dall’altra parte. Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
Dovrò usare comunque delle parole.
Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.

Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
Quando  le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aids o tumore sono solo parole, ma hanno quell’odore.
L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.

L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente.
Per la HIV c’è la cassazione della cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare e i risultati da positivi essere negativi, e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.                                                                      
Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare verrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.

L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere  necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità.
Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?
Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e  padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.
Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.
Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.
Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, e ogni tentativo per essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta, e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.

Giovedì 23 settembre 2004

Il primo pensiero è per i ragazzi del circolo letterario del Punto D_Verso di Alessandria, Torino, Piemonte,Italia, Europa,  terra e tanta tanta acqua, e che sono stati il mio aggancio con il mondo della normalità.
Temo di essere risucchiato dal lato peggiore della strada, le persone che vedo abitualmente sono quelle legati ai  servizi sociali: tossici,alcolisti,psichiatrici. Tracce di normalità è possibile trovarle alla mensa  della Caritas dove arrivano un gran numero di stranieri che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.
Dei ragazzi del circolo letterario non ricordo bene i nomi, ho immagini come piccoli quadretti di luce e colore. Il tipo con il pizzetto ed occhialini di metallo, simpatico ed intelligente, una delle poche persone di cui riconosco il talento senza provare disagio. La Erre moscia alla francese dell’imperiale fanciulla  ossessionata o affascinata dal Pacco stellare del suo ultimo racconto. Quella di ventiquattro anni che viene da Torino e si ostina ad alzarsi il numero degli anni per adeguarli all’immagine che ha di se.
Giovani nella loro incompiuta giovinezza che con piccoli spilli tengo appesi al cuore.
A grande richiesta pubblico una delle prime letture, la mitica Balena scorreggiona.
Una sagoma gigantesca mi viene incontro.
Traballante, maleodorante, scorreggiona.
Deve esserci il residuo di una donna sotto quei capelli di polvere impastati col caramello.
Mi mette in mano una supposta “ Mettimela ragazzo non ce la faccio più, usa il dito e spingi”  Come Pinocchio nella balena temo di essere risucchiato da quel culo mammifero e con forza mi libero dall’ano che spurga diarrea.” Grazie ragazzo non ce la facevo più” Ed io “Scusi signora ma lei non ha paura di farsi mettere le supposte dal primo che passa”?
“Dì ragazzo  non era mica un missile”

Questo episodio è realmente accaduto durante una degenza presso il Repartino psichiatrico di Alessandria.

20 settembre 2004

Ieri è arrivato il tanto temuto sfratto esecutivo.
Una speculazione edilizia che strappa dalle loro case ricche di ricordi un vecchio innocuo fascista,un tappezziere di stoffe,un insegnante elementare in pensione, ed il sottoscritto, giovane restauratore di fragili speranze.
Sono comunque stato  fortunato dato che ho trovato subito posto presso il dormitorio comunale di Alessandria gestito dalla Caritas; dieci giorni  al mese e poi fiducia intraprendenza e freddo.
E’ come affrontare un viaggio nel deserto senza bussola ed ho pensato che a questo viaggio voglio dare un nome: “Fiori di strada”.
Nel giro di poche settimane sono  passato dalla condizione di artigiano restauratore a quella di utente dei servizio sociali.
Mi sento in gabbia. Al mattino alle otto esco dal dormitorio, faccio un giro per la città, un salto su internet in comune e poi a mezzogiorno a fare la fila alla Caritas per il pasto.
Il pomeriggio al centro diurno del Sert fino alle sei di sera l’appuntamento settimanale con l’assistente sociale,quello con la psicologa e quello con il gruppo di alcolisti. C’è poi l’alkover che assumo ogni mattino presso l’ambulatorio e che dovrebbe allentare  il desiderio di assumere alcool.  Dovrebbe!
Questa dell’alcool è l’unica cosa che ho voluto da questi Servizi sociali, i problemi con l’alcool me li trascino da troppi anni e alimentano la parte peggiore di me.
Non più tardi di un mese fa mi sono trovato a camminare completamente nudo nel pieno della notte  in preda ad una disperazione dolorosa che in quel momento mi appariva insanabile. In questi ultimi dieci anni ho fatto dentro e fuori dai repartini psichiatrici di Torino,Asti,Alessandria,spesso ritrovando la stessa gente con gli stessi problemi.
A Torino capitava che l’ambulanza mi raccogliesse in terra completamente sbronzo o  seminudo e da questa cosa vorrei poter uscire, anche perchè sento che il peggio della mia fatica di viver si stia lentamente esaurendo per lasciare spazio a qualcosa di nuovo di cui non riesco ancora a vedere i contorni e questo mi lascia ben sperare. Quel che è certo è che non ho intenzione di passare qui ad Alessandria degli anni in attesa che qualcuno di decida a darmi una casa. Ne ho parlato alla psicologa, le dicevo di non trovare un senso nei nostri incontri settimanali e che la soluzione sarebbe stata quella  di poter avere un luogo per ricostruirmi personalmente e lavorativamente. La percezione per me è chiara e cioè che se non trovo io una soluzione rischio di restare al gancio dei servizi per anni senza mai scoprire se avrei potuto farcela da solo.
Qui rischio di affondare nella mia merda, ho preso trecento euro di eroina e non so nemmeno bene perchè, dato che l’eroina non mi è mai piaciuta. A  tutto questo si aggiunge questo non senso assoluto frutto forse della noia o di un desiderio di annullamento che mi cova dentro. Certo è che se me la faccio tutta  allora sarà difficile gestire anche la dipendenza e la carenza. Potrei spararmela tutta in un colpo solo e andare a trovare Enrico che a una buona dose di eroina aveva aggiunto i gas di scarico della sua R4 bianca.
Quando si dice “Per esser certi di non sbagliare”
Ma al di la della mia predisposizione per il dramma credo di non avere ancora voglia  di crepare e al tempo stesso non so che fare.
Nel frattempo mi tocca condividere il buio di questa stanza con quattro letti, quattro cuori, quattro storie differenti e differenti destini. Non so cosa aspettarmi, ma il viaggio è cominciato da tempo e almeno per questa notte il viaggio è cortesemente offerto dalla Caritas.
Da circa due settimane mi sono messo in lista per l’emergenza abitativa, uno strumento che dovrebbe a breve garantirmi una casa popolare o una collocazione più agevole rispetto al dormitorio.
Questa mattina sono tornato in comune per la seconda volta per chiedere conto della mia situazione convinto che l’emergenza abitativa si sarebbe mossa proprio sul carattere di emergenza della mia condizione. L’addetta alle pratiche mi accoglie con gentilezza e con la stessa gentilezza mi dice che loro hanno delle priorità: ragazze madri in primo luogo, poi nuclei famigliari con bambini.
Insomma non sono abbastanza ragazza madre per accedere al servizio, pare non siano sufficienti la mia invalidità dell’ottantacinque per cento, con la prospettiva di cominciare a breve una terapia farmacologica per l’HIV. A questo punto non mi resta altro che tornare in dormitorio  alla mensa della Caritas e il centro diurno del Sert.

venerdì, 24 settembre 2004
Caro diario, 
i miei Cd 4 si sono alzati e la carica virale si è abbassata,questo lo definirei un sollievo.
Al medico infettivologo ho fatto l’unica domanda che avrei dovuto tenere per me, e cioè quale prospettiva e qualità della vita mi attendono, la risposta è arrivata come una spietata condanna “ Una decina di anni, sig Bruccoleri, e non tanto per l’HIV ma quanto per la combinazione con l’epatite C di cui noi medici non sappiamo ancora molto. Negli ultimi anni le terapie farmacologiche per l’HIV invece sono divenute di facile assunzione e con una percentuale di sopravvivenza non immaginabili solo fino a dieci anni fa, siamo lontani dalla guarigione e dal vaccino, ma la qualità della vita dei malati sieropositivi è nettamente migliorata. Diciamo che conducono una vita normale, con la sola differenza che devono assumere la terapia farmacologica per tutta la vita e fare controlli regolari cercando ovviamente di non strapazzare l’organismo con sostanze stupefacenti e soprattutto alcol”
Cazzo dieci anni possono essere tanti, o un’ alito di tempo.
Dieci anni! Dieci anni! No sto sognando! Non può essere capitato proprio a me. No, no no. Adesso mi sveglio, strizzo gli occhi come facevo da bambino per risvegliarmi dai brutti sogni e mi ritrovo nel letto, magari spaventato a morte e sano. Andrebbe bene anche risvegliarmi in un letto d’ospedale uscito dal coma dopo un incidente stradale.
Nulla. Sono già sveglio.
Merda.
Traccio una linea come quando si fanno i conti della serva,foglio di carta e penna in mano, gli spiccioli sulla tavola per capire quello che posso ancora fare. In attivo metto il fatto di non dover cominciare la terapia. Il passivo già lo conosco.
Birra Birra,adesso ci vuole una Birra.
Birra fino a raggiungere l’assenza della coscienza.
Viaggio nell’incredulità, la percezione di quello  che mi sta accadendo mi allontana dalla realtà conosciuta fino ad oggi. E’ la follia della percezione, il concetto della morte, della fine ultima e inappellabile non si era mai presentata con una percezione fisica così netta, limpida assoluta. No non ci posso credere, Cristo Madonna.
Poi, altre volte penso di essere assolutamente sano e quello che mi sta accadendo sia frutto del declino delle mie facoltà,della scarsa o assoluta capacità di leggere la realtà, dunque malato in questa condizione irreale e immune dall’ AIDS ma folle nel mondo reale. Non so cosa sia peggio. 
Sono momenti in cui cerco di ancorarmi almeno a una delle due realtà, quantomeno per semplificare. Esplodo,birra birra,eroina birra, merda, birra e assenza.
Martedì, 2 novembre 2004.

11 novembre 2004

Questa mattina è arrivata la lettera dell’ I.M.P.S. per liquidare la mia pensione di invalidità, mi spettano un anno di arretrati,un sacca di soldi, circa mille Euro secondo i miei calcoli,questo vuol dire che posso andarmene da questa città. Potrei riparare l’Ape e  riprendere il vecchio progetto di fare il giro d’ Europa ,oppure rimettere in strada la bicicletta e spostarmi con quella.
A diciotto anni sognavo di fare il giro d’Italia in bicicletta, un giro invernale. L’onnipotenza dei diciotto anni e il desiderio già marcato di distinguermi da chiunque altro. Anche quelli dove sono finiti?
Partire in bicicletta vorrebbe dire attrezzare la bicicletta in modo da avere una buona autonomia, dovrò rifarmi all’esperienza Scaut: montare una tenda, comperare un fornellino da campeggio ed organizzare una cucina ridotta, non potrò permettermi di andare al Bar o in pizzeria tutte le sere. Dovrei avere a disposizione sette Euro al giorno che se ben amministrati dovrebbero essere più che sufficienti. Sono abituato ad ottimizzare il nulla,  da questo punto di vista non dovrebbero esserci problemi. Vino in cartone e anche i vizzi sono garantiti. La mia tenuta con l’alcol è veramente vergognosa, solo l’anno scorso riuscivo ancora a fare sessanta  chilometri e poi spararmi sei otto birre e qualche bicchiere di vino e poi il giorno dopo ripartire, ovviamente mi porto dietro un pancione da bevitore appassionato e la pedalata certo quella di dieci anni fa, ma per essere una spugna con sindrome depressiva direi che faccio ancora la mia sporca figura.
La bicicletta mi obbligherà a darmi un limite, non posso certo mettermi a bere alle due del pomeriggio con davanti trenta o quaranta chilometri.
Sarà bello bere la sera, i muscoli indolenziti da una giusta dose di acido lattico si combinano perfettamente con una moderata dose di alcol creano uno sballo superiore a tutti quelli conosciuti sino ad oggi.
Ma qui si tratterebbe di pedalare tutti i giorni e come se non bastasse si avvicina l’inverno e non saprei come affrontare questa sorta di viaggio, anche se la sfida la trovo entusiasmante.
Ho una gran voglia di mandare tutti a fare in culo, assistenti sociali, psicologa e gli educatori del centro diurno: la loro arte terapia da circolo parrocchiale con annessi complimenti per ogni porcata si faccia con i colori ,le interpretazioni sull’uso del colore speso, degli spazi lasciati vuoti,ma la cosa più triste sono io che alimento questo giochetto dell’utente talentuoso che dipinge cadaveri e muri, consapevole di nutrire il loro narcisismo  di educatori affamati di successi, mi sento una puttana.
Alcolista psichiatrico lo accetto perchè mi appartiene fino in fondo ,ma puttana impotente non riesco ad accettarlo. Cazzo pensavo di valere un po di più, non mi vedo a scodinzolare davanti all’assistente sociale oltre quello che ho già fatto. Sono qui a fare l’utente modello, talentuoso dal pensiero raffinato, adeguato, oltremodo consapevole e pronto a disciplinarsi per un trionfale reinserimento nel mondo della normalità. Mi sto condannando da solo e con dentro la sensazione di poter ancora fare molto per la mia vita.
Ma dove sono finiti i miei sogni, la mia voglia di giustizia e di contribuire alla costruzione di un mondo meno peggiore di come l’ho trovato? La passione per la  chitarra, lo sport e tanto altro ancora.
C’è poi quell’antico progetto che misi in cantiere quando avevo sedici anni in cui mi ripromisi di arrivare a quarant’anni sollevato dalle mie angosce per diventare un bell’uomo con al seguito una piccola truppa di donne innamorate? Ci ho creduto in quel progetto, ero convinto che sarebbe stato possibile liberarmi della  bruttezza della mia vita, ero fiducioso che sarebbe dovuto passare del tempo ed ora alla soglia dei quaranta non ho intenzione di fare l’animale addomesticato dei servizio sociale. Guardo questi professionisti del benessere altrui e spesso nelle  loro facce non trovo felicità o soddisfazione per il lavoro che hanno scelto, mi pare che questi facciano persino fatica ad assistere se stessi figuriamoci un un cicloturista bipolare con una storia complessa come la mia. Ed è da questa considerazione che credo di dover ripartire,non è ancora tempo di delegare le mie sorti alle generosissime scollature della psicologa, direi che dopo il terzo litro di sperma versati su quella pelle dotta e levigata siano sufficienti e che tocchi a me almeno il tentativo.  Per quanto affaticato e spaventato non riesco a mollare adesso e se mai dovessi non farcela allora farò altro, in un mondo nuovo.
Era l’estate del 1997 e di quel mondo nuovo che avevo cercato conservo queste immagini a cui ho voluto dare un titolo. Una piccola strategia per consentirmi il giusto distacca da quella giornata.

Il mazzo di chiavi

Agosto è il mese dei suicidi.
E’ alta stagione per la psichiatria, trovare un posto letto in repartino è quasi impossibile, ma se sei abbastanza fortunato puoi ancora trovare posto nella  provincia. Dipende da chi c’è di guardia in pronto soccorso.
Villa Cristina alla periferia di Torino?
“No lì non ci voglio tornare” Ci avevo trovato Michela del gruppo di alcolisti, non mi riconobbe, sembrava che le avessero gonfiato la faccia come un canotto, la pelle del viso liscia e molla come le dita cotte quando si lavano i piatti con l’acqua calda. Gli occhi vuoti che guardavano al vuoto: l’opera devastatrice degli psicofarmaci e di una vita che ti insegue, perché senza quel corpo non ci sarebbe vita. Quella vita.
Ho trovato la chiave! Bello, ma perché non ci avevo pensato prima. Mi sale la pace e mi si sciolgono i sassi  nello stomaco, covo di pugni annodati e dimora di tutte le angosce.
Quando stai così di merda non servono neppure gli psicofarmaci e non servirebbe neppure riavere il mio amore.
Ma adesso tutto questo non conta, ho trovato la chiave, la pace.
Mi dispiace solo per Zora. Di lei credo e ne son certo se ne occuperanno Maria Grazia e Sergio.
La gomma che il vicino usa per innaffiare il giardino dovrebbe essere della stessa misura della marmitta dell’APE 50.L’ho smontata e rimontata il mese scorso e la gomma la vedo tutti i giorni. Se dovesse essere troppo stretta posso scaldarla sul fornello ed allargarla mentre se fosse troppo larga in laboratorio dovrei avere sicuramente una fascietta  nella Scatola Magica.
Ci sono voluti dodici anni per averla così fornita. E’ una vecchia scatola di biscotti in lamierino leggero in stile tarda Liberti con i caratteri delle lettere giallo oro tipiche degli anni 40/50. Un artigiano non può fare a meno di una Scatola Magica. Quando al sabato ripulivo il laboratorio riponevo tutte le viti e chiodi che trovavo in terra o sul fondo dei cassetti e dato riporle tutte negli appositi separatori sarebbe stato un delirio li riponevo nella scatola dei biscotti. Dopo dodici anni potevo trovarci tutto di tutto, e di tutte le misure: chiodi, viti, rondelle,dadi, bulloni e fascette. Ah è vero, mi stavo perdendo!
Prendo il coltello e vado a tagliare un pezzo di tubo, dalla marmitta all’abitacolo ce ne vorranno due metri e mezzo. La cilindrata dell’Ape è 50 centimetricubici ed in proporzione lo scarico dovrebbe avere un diametro non superiore al centimetro e mezzo. Nessuna fascetta metallica entra che è un piacere, ed è un piacere vedere che dopo tanti anni di lavoro, posso fare a meno del metro e del calibro. Il tempo di un sorriso compiaciuto e poi porto la gomma nell’abitacolo, mi siedo e tiro la porta. Mi chiudo dal dentro, mi chiudo dal fuori.
Alzo la leva dell’aria, giro la chiave e pigio lo START. Attendo alcuni secondi e quando il motore comincia a singhiozzare abbasso la leva per ridargli ossigeno.
Gesti essenziali, misurati, senza incertezze, come se lo avessi sempre fatto.
Mi coglie un senso di pace che non ricordo di aver mai provato, trovo persino il tempo di prendermi in giro.
“Certo che per un asmatico è proprio un modo del cazzo per morire”. Che faccio torno un attimo in casa a prendere i broncodilatatori? E se comincio a tossire? Vorrei morire addormentandomi e non sputando pezzi di polmone!
Immagino i titoli dei giornali: “Artigiano asmatico si suicidi con i gas di scarico, trovato in un lago di sangue”.Merda così no! Che figura da fesso. E  giù a ridere in questa nuvola di fumo. Mi è sempre piaciuto il profumo della benzina e dell’olio sintetico bruciato, mi ricorda quando da ragazzino nell’officina del vecchio questi accendeva le moto dentro l’officina incurante della presenza dei clienti.
Che pace. Adesso. Qui’ dentro. Comincia a bruciarmi gli occhi, a raschiarmi la gola e mi chiedo se lo sto’ facendo veramente. Se mi stò ammazzando veramente. Peccato perdere questa pace proprio adesso che l’ho trovata.
Non posso rinunciare al mio progetto, ho scritto anche l’ultima lettera con tanto di scuse e indicazione per il cane. Che dire poi della mia autostima?
Già la sento mia madre “Cominci mille cose e non ne finisci neanche una”.
Questa volta però vorrei finirla con la pace di questo momento.
E se riuscissi a trovare questa pace fuori? Forse non l’ho cercata abbastanza, forse non l’ho cercata nel posto giusto.
Questi ultimi tre quarti d’ora li ho vissuti serenamente, e se ci fosse il modo per allungarli ancora una volta, due volte,tre…
No non è possibile!
E se invece lo fosse?
Ho trovato la chiave, la seconda oggi, oppure la stessa che chiude e apre?
Spengo il motore. Proviamoci.

Giovedì 18 novembre 2004
Devo trovarmi una casa, anche solo una stanza, una porta,una finestra, un termosifone,un soffitto un pavimento. Non mi servono luce e acqua, solo un ricovero per i ricordi: i primi occhiali, la foto della mamma, i quaderni zeppi di macchie ribelli,lacrime nascoste e voglia di mordere la vita.  Il collare di Zora ,trenta chili di pelo, nero dolcezza,fedeltà e un’adorazione che ho poco meritato. Se penso a quanto ti ho lasciata sola in casa. Solo una stanza per poi partire, chiudere la porta per un poco o per un tanto,quel tanto che  serve a  lavarsi gli occhi.

Sabato 20 novembre 2004

Ho attrezzato la bicicletta per un giro invernale. Nelle lunghe giornate di quotidiano far nulla, fra una panchina a fumare in attesa che aprisse la mensa piuttosto che il centro diurno, ho fatto spesso tappa al negozio della Ferrino, incollato alla vetrina a cercare di rubare i segreti di un prodotto piuttosto che un’ altro, e ognuno di questi innescava scenari avventurosi che se non altro riempivano un frammento di giornata in cui trovare un senso era veramente difficile.
Per strada ci ero già finito qualche anno fa in condizioni ben lontane da quella di oggi, in cui sono organizzato e tutto sommato attrezzato. All’epoca la banca si era presa la casa di mia madre.  A fronte di un prestito di venticinque milioni si era portata via una casa che credo valesse almeno un centinaio. Non ricordo come ci sono finito in strada, era un periodo di   scomposta confusione e avrei bisogno di un po di tempo per rimettere insieme i pezzi, ma ad un certo punto mi sono trovato alla mensa del Cottolengo ed a dormire un po dove capitava. qualche dormitorio, giardini pubblici,ricoveri di fortuna come case occupate ed ospitalità da parte di alcuni amici. Proprio in strada avevo incontrato mio fratello Alberto, lui credo avesse già fatto un inverno in fuori era informato su tutto quello che la città offriva per quelli che stavano in strada. Anzi adesso ricordo di una notte  che mi feci caricare da un pulmino allestito per l’emergenza freddo e quando  dissi all’operatore il mio cognome, questi mi chiese se per caso ero il fratello di Alberto.
Vivemmo una settimana insieme, era qualche anno che non ci trovavamo, la sera si andava ai giardini Reali a dormire, quegli stessi in cui da bambini  si andava a giocare con la mamma e poi qualche anno dopo a farci le canne. Che situazione del cazzo, una borsa a tracolla e qualche sacchetto di plastica, finchè non ci rubarono tutto. Ricordo che ne io ne Alberto eravamo particolarmente turbati per la nostra condizione, forse il fatto di esserci calati lentamente in quella condizione ce la faceva apparire tutto sommato accettabile. La verità credo che sia, che quando perdi lentamente i pezzi col  passare degli anni tutto ti sembra normale, non voglio dire ovvio ma parte della tua normalità
Quel periodo è stata sicuramente una palestra, il disagio e il degrado vissuto mi hanno  portato ad attrezzarmi diversamente rispetto a quel periodo. Nessuno è mai attrezzato per finire in strada, ma  il disagio della strada è spesso determinato dall’incapacità di attrezzarsi minimamente e questo rappresenta  per molti il vero disagio. Ricordo un’ insegnamento Scaut: “ Non esiste un buono o un cattivo tempo, ma un buono o una cattivo equipaggiamento”. Non voglio dire che per fare bene il barbone devi aver fatto lo Scaut, ma nel mio caso ha fatto la differenza.  I primi periodi in cui stavo in strada  cercavo di immaginare la mia permanenza in strada come una sorta di campeggio Scaut in montagna e dunque le soluzioni sofisticate per sopravvivere in strada mi apparivano  sempre più calzanti e strategiche. Ma chi l’ha detto che se stai per strada devi per forza andare a mangiare dalle  suore,e  sputare ovunque, fare l’elemosina e buttare la carta in terra? Avevano ragione Marco e Matteo “ Quando sei uno Boys Scaut lo sei per tutta la vita”. All’epoca queste rimasero solo delle riflessioni, non avevo un fornellino, un paio di forbici o un asciugamano, nulla. Solo  una radiolina da cinque euro comprata dai cinesi, quella ce l’avevano quasi tutti i barboni a Torino, ma a questo giro le cose spero vadano meglio

Sono partito sabato scorso da Alessandria, prima tappa Torino, centodieci chilometri. Niente male per un alcolista senza dimora, tossicofilo, bipolare con disturbi di personalità. E’ la diagnosi che mi hanno concesso insieme alla pensione di invalidità.
Ho bisogno di riascoltare il mio corpo, interrogarlo, farmi  rassicurare dal fatto che non mi abbandoni. La diagnosi per una malattia che ancora non mi ha ammalato è diventata il mio malanno, attualmente sono malato di diagnosi, i sintomi sono la paura,immagini continue di morte, piccoli dolori interpretati di continuo come l’insorgenza della malattia,quella vera. L’immagine più ricorrente è del mio corpo che lentamente  si asciuga,assunzione di farmaci, depressione,ma quello che più mi spaventa è l’idea di morire in ospedale e non in casa mia. Questo mi spinge  a interrogare le mie gambe per provare ancora una volta quella sensazione di forza e pienezza che mi arriva dal pedalare per molti chilometri, una sorta di gara fra me e la malattia, vorrei ritrovare il mio corpo prima che se lo mangi lei.
Questa prima tappa è stata un bell’assaggio davvero, sembro un cicloturista tedesco in vacanza che torna verso casa. Incredibile come la tua identità sia determinata anche dall’ambiente circostante. Ieri barbone,oggi avventuriero.
Dopo circa trenta chilometri dalla partenza ho incontrato un gruppetto di maturi e rubicondi cicloturisti,stavano aspettando al bivio che passassi e quando li ho raggiunti si sono disposti lungo la strada come tifosi, hanno allungato la mano per battere un Cinque, il saluto più classico di ogni sportivo. Tra cicloturisti ci si capisce subito, in quel saluto c’era anche una sorta di mandato e cioè “ Viaggia anche per noi” Cazzo e chi se la sarebbe immaginata una partenza così trionfale. In pochi chilometri sono passato dalla condizione di utente disciplinato dei servizi sociali a quella di cicloturista.
Quando stavo alla casa occupata “ L’albero” di corso Regina Margherita a Torino con alcuni amici si discute proprio di questo aspetto. Quando occupi una casa, per i tuoi amici sei un compagno,per il padrone di casa un delinquente, per la Digos un sovversivo, per il giudice un imputato e infine per il tuo compagno di cella  “Caterina”.

Prima tappa a casa di Fhilipp, un coreografo francese di cinquant’anni caduto in disgrazia e con la passione per i ciclisti. Da lui sono sempre garantiti un pasto, un letto e abbondante sesso sporco; lo conobbi nei giardini pubblici dietro casa sua alcuni anni prima in ore notturne, entrambi alla ricerca di un rapporto sessuale  “veloce soddisfacente e subito”.

Ora mi trovo a Torre Pellice nella frazione di Buonanotte ospite di un amico di Torino,penso di fermarmi alcuni giorni, questa è una zona ideale per camminare e trovare un po di pace. Ho una sorta di diario di bordo su cui appunto tutto o quasi.
In questi giorni scenderò in paese per aggiornare il Blog, mi sembra un po una stronzata da fighetti questa storia del blog però non ho altro modo per tenere aggiornati i ragazzi del circolo che del mezzo telematico hanno fatto una sorta di protesi relazionale. Il mercoledì si trovano al circolo e poi si rimandano sul blog per raccontarsi le cose o condividere i loro scritti. Mi intriga di poter scrive e mettere tutto in rete dalla strada.

Mercoledì 24 novembre 2004

I montanari sono diffidenti ma quando capiscono che accetti la sfida con il bosco ti sorridono.

 Giovedì 25 novembre 2004
Emorroidi

Il mio corpo ha preso una decisione per me.
Stamane dopo aver beatamente evaquato ho trovato l’ingresso privilegiato della mia anima “ Il retto” addobbato come un albero di Natale di graziosi nodini di carne.
E’ del tutto evidente che il mio viaggio in bicicletta debba, almeno per ora fermarsi in questa valle.
Mi sono accordato con Andrea di ricambiare l’ospitalità con lavori di manutenzione a porte e finestre ed al castagneto.
Oggi è la prima giornata senza sole e la stufa sarà la mia mamma, un’amica da corteggiare, lo sfondo musicale di gioie e malinconie.

Mercoledì, 01 dicembre 2004.

Sono tormentato.
Da una parte vorrei fermarmi qui; la prospettiva di tornare a fare la fila alla mensa e al dormitorio non mi piace di certo…
Dall’altra però sono certo che vivere in bicicletta mi piace e mi riesce  persino bene. Pedalare non mi costa nessuna fatica, una volta trovato il mio ritmo pedalo quasi noiosamente, ma questo non accade perchè partono i filmati più vari della mia mente, ed allora ripercorro i giorni della prima giovinezza, gli amori finiti e l’ assolutamente fantastico di un futuro che solo pedalando trova una sua dignità, come la signora prosperosa che ti aggancia al bar per chiederti del viaggio per poi finire da li a poco ad accoppiarsi appassionatamente in un parco pubblico poco distante. Beate fantasie.

Lunedì, 06 dicembre 2004.

Ho pensato a lungo sul da farsi. Il gatto è tornato zoppicando e con una ferita cicatrizzata alla fronte. Povero Bimbomicio.
Riprendo la strada per Torino  li vedremo che succede, è una bella giornata di sole, dovrebbero esserci una settantina di chilometri in leggera discesa.
Prima di arrivare in baita mi ero fermato a Pinerolo per comprare una giacca antipioggia ed una maglietta che a sentire il negoziante ha del miracoloso: spinge il sudore della pelle direttamente all’esterno della maglietta restando sempre asciutta all’interno, con quella che l’ho pagata dovrebbe lavarsi e stirarsi da sola! In tanti anni non ho mai speso tanti soldi per l’abbigliamento se non i pantaloncini di daino per ammorbidire il contatto con la sella. Nel venire a Torre Pelice ho  però patito il freddo e se decido di continuare questo viaggio dovrò curare meglio l’abbigliamento, ho il culo che non ragiona dal dolore ma credo che questo si supererà dopo circa cinquecento chilometri, il numero necessari anche per entrare in una condizione minima di allenamento. Dovrò cercare di entrare in “condizione” lentamente, cercando di non accumulare troppo acido lattico che mi inchioderebbe per molti giorni, e anche per evitare infiammazione ai tendini e alle ginocchia, a questo si aggiunge la ciccia alcolica che fa di me un cicloturista al sento mese di gravidanza. Un ernia o un’ infortunio sarebbe la fine del viaggio, credo sia prudente fare una sessantina di chilometri al giorno in due tappe cercando di non arrivare con il buio, non ho le luci e neppure voglia di crepare sulla strada, troppo freddo, non è stagione.

Nelle settimane precedenti la partenza da Alessandria ho spedito a diversi giornali di strada alcuni scritti realizzati durante  il soggiorno nel dormitorio della Caritas. L’unico a rispondere è stato Massimiliano il redattore di un piccolo giornale di strada di Bologna “ La Pulce”.
Dovrei scendere in Calabria per cui ci troveremo a Bologna, sembra entusiasta oppure è solo curioso, ci siamo scambiati i numeri di telefono, mi sembra un bell’atto di fiducia e dalla voce mi sembra simpatico.
Sono molti anni che vorrei vedere Bologna, la considero uno dei tanti centri del mondo. Il maestro Lanza alle elementari ci faceva ascoltare le musiche di cantautori come De Andrè e Guccini e sapere che questi era bolognese ha contribuito a trasformare questa città, mitica e irraggiungibile.

Per Bologna dovrebbero esserci trecento chilometri, credo di dover passare da Piacenza e poi proseguire per la strada L’Aurelia, da quel poco che so dovrebbe essere un’antica strada romana che collega il centro Italia con il nord.
Altro che antica strada, ho appena passato Piacenza e qui è tutto un passare di camion, dell’antica strada neppure l’ombra. Fra me e il cielo una nuvola di gas di scarico. Che delusione, mi aspettavo che una strada che si chiama Aurelia avesse qualcosa da raccontare ed invece questa strada è un biglietto omaggio per il pronto soccorso. La strada è stretta e i camion mi passano a pochi centimetri, mi tocca spesso rifugiarmi negli spiazzi per far passare quelli più  nervosi. Li sento quelli che arrivano con prudenza e quelli che non hanno tempo da perdere, ti arrivano sotto il culo e  se sull’altra corsia trovano uno spazio si spostano altrimenti mantengono la corsia e la velocità e ti passano affianco con queste ruote che mi arrivano quasi alla spalla e che sembrano ruggire di rabbia. Qui c’è da cagarsi addosso e ad ogni sorpasso ringrazio Dio, ma non faccio neppure in tempo a riprendere  il fiato che ecco che ti arriva un altro di questi figli ti troia. L’unico risarcimento mi viene dal fatto che fanno un lavoro di  merda, che gli auguro di non perdere per nessun ragione al mondo. Se sopravvivo fino a Bologna a voi tocca di fare questa vita di latta per tutta la vita. Vaffanculo animali con la patente C!  Per il ritorno mi converrà fare la costa, anche li c’e da litigare con i continui sali e scendi che ti spezzano il ritmo e le gambe. I ogni caso meglio della cabina di un Mecedes con capezzoli di carta patinata sul groppone.
Ho mandato alcuni messaggi al redattore del giornale Massimiliano, mi pare simpatico e credo che non abbia un cazzo da fare dato che risponde quasi subito ai messaggi, speriamo che non sia il solito volontario pieno di buona volontà, compassione e spirito di servizio per il prossimo.
Domani dovremmo incontrarci in un centro diurno per conoscerci, mi fa piacere incontrarlo, mi piacerebbe molto che pubblicasse le cose che ho scritto al dormitorio, in fin dei conti non mi è rimasto nulla e di questa cosa ne ho bisogno come l’aria. Ogni volta che gli scrivo temo di rompergli i coglioni ed invece risponde e anche con messaggi molto simpatici. Questo non ha un cazzo da fare te lo dico io, ma chi se ne fotte, tanto vado in Calabria a conoscere un certo Leo di circa sessanta cinque anni che sta cercando di fare una comune e che da quello che mi dicono con la passione per la bicicletta. Il culo mi fa meno male e le gambe sembrano tenere bene il ritmo.
Ieri notte ho piantato la tenda in riva ad un fiume fuori dal centro abitato e ad una certa ora hanno cominciato ad arrivare alcune macchine. Uomini che scendevano, non ho badato molto ai loro movimenti, poi altre macchine. Sempre e solo uomini, che passeggiavano lungo la riva del fiume per poi scomparire nel bosco. Il mio paperino si sveglia e penso che non c’è nulla per cui eccitarsi, ma il mio paperino credo che ci abbia visto giusto, allora mi fermo un attimo ad osservare la situazione e mi redo conto di essere finito nel bel mezzo di raduno serale di omini Porcini. Fantastico e sorprendente. I raduni metropolitani in cui si consuma sesso per un cittadino come me sono facilmente individuali, confesso però che non ero preparato a questa rappresentazione, diciamo rurale. La bio_sodomia mi mancava, ma non ci metto molto a corrompere le mie abitudini e mi butto nel bosco armato delle migliori intenzioni.

Sono a Bologna,  ho mandato ad alcuni ragazzi del circolo un messaggino con l’avvenuta conquista di Bologna. I chilometri alla fine erano trecento cinquanta e ci ho messo quattro giorni e mezzo, sono euforico, finalmente a Bologna dopo tanti anni che desideravo vederla. Bello bello davvero, bello vedere che il mio corpo risponde, mi accompagna, mi rassicura dandomi conferma  della sua presenza con una pienezza che avevo dimenticato. Erano anni che non mi accarezzavo  le cosce per massaggiarle, ho ritrovato un pezzo del mio corpo. Alzo i pantaloncini e   contraggo i Quadricipidi per ammirarli nel pieno dello splendore, poi mi volto ad ammirare un capolavoro della natura, di cui sono sempre stato fiero, due polpacci  che sembrano tagliati con l’accetta. Che dire? Bello!
Da ragazzino quando con gli amici si giocava a chi  avesse il paperino più lungo, io subito dopo facevo sfoggio dei polpacci e non di rado il risultato si assestava sul due a zero.
Oggi ho diciotto anni e  non me li leva nessuno: Da oggi in avanti festeggierò due compleanni,  quello di sempre e quello della data di oggi.

Merda sono nuovamente in un centro diurno, ma questa volta per incontrare Massimiliano, non voglio saperne mezza di farmi risucchia in questi vivai  di sofferenza e di esistenze  immobili. Gli operatori che gestiscono questa struttura sono rintanati in una sorta di teca di splexsida in fondo ad un salone immenso, mi vengono in mente le immagini del film Qualcuno volò sul nido del cucculo, che schifo di posto. Gli ospiti sono seduti a guardare la televisione, qualcuno gioca a carte, altri appoggiati sui gomiti stanno per raggiungere il piano del tavolo. Questo per molti di loro è l’unica opportunità per ripararsi dal freddo e di recuperare il sonno che  in strada è davvero difficile avere. Noto anche un gruppetto di Rumeni radunati ad un tavolo, parlano fra di loro come se il resto del mondo non esistesse, non che il resto del mondo sia particolare interessato alla loro esistenza. Qualche marocchino e diversi anziani. Tutto viaggia lento, bisogna solo far sera,aspettare che apra la mensa e per i più fortunati c’è il dormitorio. Per gli altri, qualche sistemazione di fortuna, i vagoni dei treni abbandonati della stazione e solo Dio sola sa cos’altro  ancora. Merda!
Massimiliano mi attende fuori da centro diurno appoggiato ad una balaustra, ci intratteniamo qualche minuto e poi mi invita dentro a prendere un caffè. Ad accompagnarlo una giovane volontaria con la cresta ed una serie di orecchini a naso e orecchie, studia per diventare assistente sociale. Mi si pettinano i nervi al contrario solo a sentire nominare un’assistente sociale, ho la tentazione di  mangiarmela di traverso questa ragazzetta che ha deciso di buttare via il suo tempo in un lavoro tanto ingrato,Ma poi mi atterra con un sorriso e l’ennesimo pezzo di ferramenta piazzato sulla lingua mi fa ben sperare per una nuova generazione di assistenti sociali. Depongo le armi e accetto che assista alla chiaccherata con Massimiliano, una ragazzone rubicondo e riccioluto con un bel sorriso e modi da gentiluomo. Ha l’aria di essere cresciuto bene, serenamente. Ho subito l’impressione di non trovarmi di fronte un operatore tradizionale ma davanti ad una persona sensibile e intelligente, garbata e curiosa di esplorare il mondo in cui mio malgrado sono finito a vivere. Ascolta, esprime giudizi con cautela, e nonostante questa compostezza non sembra uno che ha voglia farsi prendere in giro . Questo mondo lo conosce ed anche abbastanza bene.
Uno così mi piacerebbe avercelo come amico, ma la sua prudenza suggerisce a me altrettanta cautela. Mi invita a visitare la redazione del giornale ed a tornare quando ne avessi voglia.
Per il momento accantono il progetto della Calabria, sono curioso di vedere come funziona un giornale di strada,chissà che  non ci finisca a lavorare!
Prima di salutarci gli ho consegnato una cosa che avevo scritti al dormitorio di Alessandria: “L’ odore della povertà” che spero tanto pubblichi sul giornale, sarebbe una bella soddisfazione.