NENA

23 giugno 2011

Nena
Giornata di bicicletta trainata a mano, di mal di schiena, immerso nel caos cittadino intento a non farmi inghiottire dalla frenesia che mi circonda e che quasi mi rimprovera per il mio passo lento.
" Ciao, tu sei Alkoliker! Ciao " !
Percepisco una sorta di corto circuito, nel copione di oggi non era previsto questo personaggio. Resto bloccato, un attimo dopo le afferro entrambe le mani, le entro negli occhi, lei è entrata nei miei solo un attimo prima.
" Sul treno verò? Ci siamo conosciuti sul treno "?
" No, un mio amico mi ha mandato un tuo video da Youyube, tu avevi una giacca arancione "
Ho la conferma che si tratta di una donna bellissima, occhi azzurri, forse verdi, forse celesti, oppure tutti insieme, la pelle del viso come le pagine di un libro sfogliato mille volte, un libro letto, amato, abbandonato, un libro messo in uno zaino che ha viaggiato a piedi, sui treni, nelle coriere, in qualche vecchio furgone scassato alimentato con olio di colza.
Ok rivediamo un attimo il copione di questa storia, per oggi direi che questo è il personaggio principale: una bella donna con il guardaroba nel bosco che la domenica mattina fa colazione con gli Elfi.
" Io sono Nena "
Ondeggia sui fianchi, sorride, è contenta, fa un mezzo passo indietro e mi saluta:
" Ciao ci vediamo in giro " 
Con il braccio fa due cerchi nell'aria e scompare.
Cerco di fermarla ma è come infilare il braccio in una nuvola.
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Nonostante l”Infiammazione al tendine di Achille della gamba sinistra, decido di scendere in bicicletta al più vicino ufficio postale per spedire i libri.
Temevo che dopo il Natale nessuno avrebbe ordinato il libro ed invece gli ordini arrivano ogni giorno; non mi sorprende, queste pagine hanno veramente poco di natalizio.
All’ ufficio postale sono tutti impazienti, come al solito mi sento come un Marziano in un presepe. Tanto più sono piccini i paesini tanto più risultano Marziani quelli che come me scendono dalla montagna in bicicletta, fanno la spesa e lentamente ritornano verso casa. Tutto attorno domina il bianco delle nevicate dei giorni precedenti e la strada è libera solo grazie allo spazzaneve.
Scendere in paese è stato un attimo, la discesa è velocissima e con la strada asciutta e pulita mi tocca tirare i freni per evitare il vento gelido che rischia di spaccarmi la faccia. La salita non sarebbe un problema se non fosse per il tendine infiammato, dopo cinquecento metri di leggera salita, al primo tornante la salita si impenna e mi tocca scendere dai pedali e camminare. Nello zaino ci sono i viveri per i prossimi giorni,un cotechino, mezzo chilo di carote, pane e due cartoni di Tavernello; quando lo incrocio sugli scaffali mi sembra di incrociare un vecchio parente.
Un passo alla volta, con la punta del piede sinistro rivolto all’esterno per non sollecitare il tendine, testa bassa da pattinatore di ghiaccio,lo sguardo sul catrame  e un’insolita tranquillità che mi fa dire di aver quasi fatto pace con l’isolamento della montagna. Normalmente , in quel punto della montagna il pensiero  è già alla porta di casa, oggi guardavo i sassolini che affioravano dal cemento e con una varietà di colori di cui non mi ero accorto prima, soprattutto fra i sassolini arancioni.
Quando viaggi lentamente e sai che davanti hai ancora molta strada e soprattutto non hai fretta, i pensieri si sciolgono e s’intrecciano come nuvole spostate dal vento,Non hai bisogno di cercali sono loro a venire da te.
Ed ecco che fra un sassolino arancione e l’altro incontro Federica Pellegrino, il delfino del nuoto italiano, undici primati del mondo e due ori a Roma. In dodici mesi scolpisce a caratteri cubitali la storia del nuoto mondiale in un saliscendi fatto di paura, asma, panico e quella paurosa sensazione di annegare che per mesi la accompagna durante gare e allenamenti. Poco prima di una gara importante, durante  la fase di riscaldamento in acqua si accosta al bordo della vasca, ha gli occhi sbarrati, pieni di paura, esce dall’acqua e rinuncia a gareggiare.
Alcuni tornanti più avanti non potevo che incontrare lui, Marco Pantani, il Pirata, affrontava le salite con la leggerezza di una farfalla e l’agilità di un capriolo, a noi appassionati non restava che ammiralo galleggiare in sella alla bicicletta sulle montagne più impervie e bastarde durante i giri d’Italia. Piccolo, magrolino con le orecchie a  sventola, una testina piccola e rasata che sembrava avresti potuto mettertela in tasca, e poi la mitica bandana gialla. Prima dell’attacco finale afferrava la bandana e la gettava al lato della strada, a quel punto agli avversari non restava che difendere le retrovie e spendersi fino alla morte per un secondo o un terzo posto.
In questo intreccio di nuvole che si intrecciano nel vento , la sorte della Pellegrino fatta di paura e panico e la morte del caro amato Pirata, mi danno uno strano senso di pace e normalità. Da una parte la giovane nuotatrice che dopo aver vinto la paura dell’acqua arriva ai vertici mondiali del nuoto femminile e dall’altra il ricordo di un uomo leggero che non  avrebbe dovuto morire ed a cui spesso in questi anni ho dedicato le tappe del mio non viaggio.