PRESENTAZIONI DA SALOTTO

3 ottobre 2012

In occasione dell’uscita del libro ripartono anche quest’anno le presentazioni da salotto. La formula è semplice, voi invitate amici e parenti a casa ed io vengo a raccontare del libro. Un pomeriggio fra amici. Suggerirei un aperitivo al sacco in cui ognuno porta qualcosa da condividere con gli altri. Il numero degli invitati non conta, contano quelli presenti.
Per contatti scrivete a edera007@gmail.com
Il numero di telefono è nel profilo
L’iniziativa è valida per il piemonte.Immagine

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IL CACCIATORE DI ANGELI

3 ottobre 2012

Penny osserva seduta sulla roccia posta fra le nuvole ad un milione di anime di distanza dalla terra, ascolta la voce dell’amica Virginia uscita di casa per andare a trovarla, vorrebbe gridarle che è tutto inutile ormai, di non entrare in quel vicolo perchè non troverà nulla se non terrore, sgomento e desolazione. Virginia in ogni caso non potrebbe sentire la voce di un angelo con le ali spruzzate di sangue.

Virginia è immobile nel vicolo dietro casa, difronte a lei quella che pochi attimi prima le appariva una macchia nella notte, in un breve attimo si tramuta in un uomo che con passo lento le sta per andare incontro.

Penny ascolta, guarda impotente seduta sulla roccia ad un milione di anime sopra la testa l’amica Virginia.

Cosa ci fa un uomo qui nel pieno della notte e soprattutto perché sono uscita di casa.

Devo proseguire se mi fermo vuol dire che c’è qualcosa che non va, non devo avere paura, perché dovrei avere paura di essere sola nella notte con un uomo difronte che non conosco e che guarda nella mia direzione? Ecco adesso comincio ad avere paura, di quella vera. Devo scappare”.

L’uomo prosegue lento nella sua direzione, potrebbe essere semplicemente un uomo che cammina, quel passo felpato però potrebbe nascondere un felino affamato di giovani anime a cui trafiggere e strappare i cuori a morsi, proprio oggi che Virginia avrebbe voluto portarlo a Penny, l’amica di sempre.

Tenta un balzo per infilarsi nel vicolo e come in brutto sogno le gambe non le rispondono, cerca di urlare, nulla, la paura l’ ha mutato in una statua di granito muto.

L’uomo avanza, Virginia non ha più paura, è morta ormai, pronta a consegnarsi al suo destino. L’uomo è arrivato, è davanti a lei, ora può vederlo in faccia, non ha più paura, è pronta.

L’uomo non si ferma, sorride e prosegue al suo fianco, Virginia sente i passi allontanarsi, il granito torna corpo, carne, il sangue scorre caldo fluido, il cuore vivo batte ancora un giorno per dolce amica di sempre .

Il corpo precede ogni intenzione tanto che nell’attimo in cui Virginia decide di lanciarsi nel vicolo, lei è già li in una corsa affannosa, la porticina del palazzo è spalancata, l’istinto la precede, e come un fulmine percorre il piano di scale ed è già davanti alla porta, Virginia arriva un attimo dopo.

Penny osserva seduta sulla roccia, i capelli sconsolati sulle spalle con una pena infinita per l’amica che avrebbe voluto donarle il cuore.

Il tempo si arresta davanti alla porta, tutto è lento, quasi immobile, potrebbe essere passato un anno quando Virginia appoggia la mano alla maniglia e la fa ruotare per entrare nella stanza.

La stanza è ordinata, troppo. Virginia pensa: “ Penny non è mai stata ordinata, perché pulire la stanza proprio oggi”

Nel celo sopra le nuvole Penny si commuove per quella rivelazione che Virginia sta per fare, fra pochi secondi tutto le sarà chiaro.

Si avvicina al letto e all’altezza del cuscini a mezz’aria è sospesa una goccia di cristallo come trattenuta da un filo sottile, invisibile agli occhi, Virginia porta il palmo sotto il cristallo che le si accovaccia all’interno aprendo un piccola pozza d’acqua, intinge l’indice e lo porta alla bocca. Sono lacrime, sono di Penny che in quel punto ha pianto per un’ultima volta.

Come uno schiaffo, le torna in un istante davanti al viso il sorriso di quell’uomo sbucato dalle stesso vicolo in cui lei si era frettolosamente portata, il sorriso del male, di un uomo che trafigge e strappa i cuori con i denti. che si è regalato persino il tempo di pulire la stanza, un demone nella notte che divora cuori.

Uno per notte.

AUTUNNO

1 ottobre 2012

L’autunno, con le sue giornate sempre più corte ha portato in questa casa un vento sottile, gelido, dal profumo di Morfina, di Chemio, un vento carico di paura proprio nei giorni in cui avevo fatto pace con il mondo.
L’amico Antonio, ventiquattro anni è malato. Pochi mesi fa era andato a vivere da solo per la prima volta, un lavoro da facchino con contratto a tempo indeterminato, la macchina a rate, la fidanzata, e il sabato e domenica a casa e in birreria con glia amici.
Un fulmineo colpo di fioretto sul posto di lavoro, la corsa in ospedale, le analisi ed un referto medico che cambia tutto.
La conosco molto bene quella sensazione che in pochi attimi semplifica ciò che è complesso, abbreviando ogni pensiero, ogni prospettiva. Il passato si sintetizza immortalandosi in poche essenziali immagini ed in profumi che ritornano come presenti, reali.
Questo autunno col suo vento sottile mi riporta al pensiero sulla morte, sulla vita e la non vita, su come la mia diagnosi di fatto abbia migliorato la mia vita fatta di un giorno alla volta.
Caro Antonio prova a pensare che cent’anni son fatti di un giorno alla volta, di un frammento di attimo messi in fila uno dopo l’altro. Riempili più che puoi e porta casa il miglio bottino.
Adesso ti abbraccio
Stefano

VI PRESENTO MIO FIGLIO

28 settembre 2012

Vi presento il mio secondo figlio “ L’allevatore di farfalle “ che esce a distanza di un anno da “Via della casa comunale n° 1”.  anche lui concepito per strada nei primi mesi del 2004. Un libro scritto per necessità e non per vocazione, quello che allora mi accadeva era talmente sconvolgente che avrei  almeno dovuto scriverlo altrimenti sarei impazzito, e così dopo aver perso la casa cominciai a scrivere dall’interno di un dormitorio quello che stavo vivendo, poi arrivò la strada con tutte le sue sfumature e le grandi sorprese che non ti aspetteresti da un luogo che nel’ immaginario viene rappresentato come una terra di confine e di conflitti. Nulla di tutto questo, ho preso più botte fra le mura domestiche che accampato in un prato o a dormire sulle panchine dei giardini.Vent’anni fa nel pieno della notte tre uomini entrarono in casa mia, io tenevo sempre le chiavi di casa appese fuori dalla porta, furono venti minuti di terrore e botte, con un naso spaccato ed una paura che mi sorprende ancora oggi. Poi dopo un chiarimento durato giorni si accorsero di aver sbagliato piano, io ero al primo mentre, quello che li aveva fottuti e fatti incazzare stava al secondo piano. Quando ormai era chiaro che avevano sbagliato qualcosa si guardarono in faccia e uno di loro disse “ Abbiamo sbagliato piano cazzo “ in un calabrese stretto che avrebbe intimidito anche Totò Riina.La strada per come l’ho conosciuta io è sempre stato un luogo di prossimità, di incontro, di conoscenza che volta per volta riversavo sul mio diario. Avevo sempre carta e penna per fermare quello che mi accadeva, da da i primi momenti drammatici a successive pedalate in giro per l?Italia.Un diario che non avrebbe mai pensato di finire in un libro prima e in un secondo successivamente.Via della casa  comunale è andato in stampa la prima volta nel 2009, stampato in proprio in sessanta copie cucite e tagliate a mano ed altre ottocento stampate in tipografia, vendute col passa parola, consegnate in strada o volta per volta  agli amici che lo chiedevano, poi un anno fa per lui è arrivato un editore vero: Ediciclo Edizione, dalla strada al salone del libro, dai dormitori alle università, dai ripari di fortuna ai giornali nazionali, tivù, radio, biblioteche e salotti a casa di amici.L’allevatore di farfalle è il fratello minore del primo e pare promettere un bel futuro, irriverente, dissacrante come il papà, ma anche poetico. Il titolo del libro è ispirato ad una fiaba in cui si racconta con delicatezza la morte ai bambini, quando l’ho letta ho pensato “ Voglio morire anche io allora “A novembre in libreriaImmagine

La notte di Penny

27 settembre 2012

Cosa ci fa un uomo qui nel pieno della notte e soprattutto perché sono uscita di casa.

Devo proseguire se mi fermo vuol dire che c’è qualcosa che non va, non devo avere paura, perché dovrei avere paura di essere sola nella notte con un uomo difronte che non conosco e che guarda nella mia direzione? Ecco adesso comincio ad avere paura, di quella vera. Devo scappare.

L’uomo prosegue lento nella mia direzione, potrebbe essere semplicemente un uomo che cammina, quel passo felpato però potrebbe nascondere un felino affamato di giovani anime a cui trafiggere e strappare i cuori a morsi, proprio oggi che volevo portalo a Penny, l’amica di sempre.

Tento un balzo per infilarmi nel vicolo e come in brutto sogno le gambe non rispondono, cerco di urlare, nulla, la paura mi ha mutato in  una statua di granito muto.

L’uomo avanza, non ho più paura, son morta ormai, pronta a consegnarmi al mio destino. L’uomo è arrivato, è davanti a me, lo vedo in faccia, non ho più paura, sono pronta.

Non si ferma, sorride e prosegue al mio fianco, sento i passi allontanarsi, il granito del mio corpo torna carne, il sangue scorre caldo fluido, il cuore vivo batte ancora un giorno per la mia dolce Penny.

Mani sporche

24 settembre 2012

Perché non ti fai la doccia, perché non pulisci la tua casa, perché non ti vuoi bene?

Un invito anche affettuoso che mi sento ripetere ormai da anni da quando ero bambino e soprattutto da adolescente. In quartiere gli amici mi chiamavano “ Mani sporche” per via della mia passione per la meccanica della bicicletta che mi vedeva interi pomeriggi a smontare e rimontare biciclette e vecchi motorini, non mi lavavo le mani, averle eternamente sporche di grasso rappresentava il tratto più definito della mia personalità. Avevo le mani sporche perché sapevo riparare una bicicletta, le ammiravo, ammiravo le mezze lune rovesciate delle unghia nere, mi portavo le mani al naso per sentire l’odore del grasso impastato con la polvere, per sentire il mio odore.

Spettinato” era il secondo soprannome, nel quartiere ognuno aveva un soprannome che lo distingueva e definiva rispetto agli altri. Il figlio del carbonaio era conosciuto come “ lello carbone, ciccione, tirchione e ricottaro”

Io “ Manisporchè “ non mi accorgevo e curavo della mia capigliatura piuttosto che delle macchie di grasso piazzate ovunque come su un grembiule di fiori neri, io neppure sapevo di essere sporco, quello che sapevo coincideva con quello che desideravo, e desideravo solo imparare meglio degli altri a riparare le biciclette. Poi arrivarono i motorini a due tempi: i Morino a tre marce, i Benelli monomarcia, i Ciao e le Vespe a tre e quattro marce e le prime biciclette da corsa.

In tutto questo continuavo a non essere sfiorato dall’ipotesi di pettinarmi o lavarmi le mani.

Essere sporchi o meglio“ Non puliti” è esattamente come essere anoressici, bulimici, alcolisti, psichiatrici, timidi, sbruffoni, psicotici, tratti non incompatibili fra loro che possono senza particolari conflitti convivere fra loro nello stesso caschetto di capelli arruffati e sporchi.

Lo sporco se mai mi fosse interessato vederlo, credo di averlo visto veramente per la prima volta a quattordici anni, prima avevo grossi problemi di vista tanto che per vedere meglio gli oggetti dovevo portarli alla bocca e cosi facevo con quelli appesi al muro, ricordo che in quarta elementare appoggiavo la lingua sulla lavagna per sentirne la consistenza.

In seconda media la professoressa di lettere mi caricò in sella alla sua vespa 150 per portarmi da un ottico, goccine per dilatare la pupilla, visita oculistica e dopo un paio di giorni arrivarono gli occhiali ed una visione più nitida del mondo. Il mondo non l’avevo mai visto cosi limpidamente, in effetti si poteva dire che non lo avevo mai visto il mondo, sicuramente non come lo avevano visto gli altri.

Mi guardai le mani e mi cercai nello specchio, nulla di cui vergognarsi, pensai. Sporco, spettinato furono concetti che imparai solo dopo aver indossati i primi occhiali.

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Grisù

24 luglio 2012

Entrare in questa casa è stato sconvolgente come quando otto anni fa persi la mia finendo prima in dormitorio e poi via via sulla strada.
Non so cosa sia accaduto, eppure da alcuni giorni i Draghi che la animavano sono svaniti, gli stessi che in questi mesi mi hanno portato in strada nel pieno della notte, pieno di paura e lacrime.
Questa ora è la mia casa, riesco persino a dormire al pomeriggio. I pomodori seminati sul balcone crescono, i risotti son sempre più buoni e i vicini di casa non mi fanno più paura.

Esodato

23 luglio 2012

 

 

Il programma della ciclo officina itinerante di oggi è stata particolarmente ricco. Nel pomeriggio nel cortile di Lisa che conosco sin da quando era bambina, eravamo negli scaut, lei lupetta di nove anni e io giovane animatore diciassettenne, due giorni prima di entrare negli scaut mi arrestarono e poi rilasciato a piede libero per furto aggravato, avevo rubato un’automobile, che poi in questura risultò essere stata rubata precedentemente da un altro ladro, insomma non l’avevo rubata per primo quell’auto.

Quando scende nel cortile si presenta con un altro amico scaut, fantastico, altro che organizzare le cene ogni dieci anni. Riparazione durata oltre ogni limite consentito che si è trasformata in piacevole pomeriggio fra amici.

Poi la sera da un signore che visto il blog della ciclo officina decide di chiamarmi, mi chiede del libro se ho altri progetti editoriali. Accade spesso che quando un cliente passa dal blog e poi ti trova in strada con la borsa degli attrezzi, che tu sia già conosciuto, a volte è anche imbarazzante perchè magari parto con il promo un po marchettaro dei mie libri o delle mie “mprese” e vengo subito zittito con un “ Si si ho letto “ Oppure “ Ho visto il suo blog ed ho pensato che avrei voluto far riparare la bicicletta da lei. Perchè cercarne un’altro, lei mi sembra che abbia anche un modo nuovo di fare il ciclista”

Le riparazioni con il cliente presente sono sempre impegnative perchè mentre ripari la bici devi anche spendere delle parole, i clienti fanno domande sulla meccanica, sulla tua vita e le ragioni che mi hanno portato a fare certe scelte piuttosto che altre.

Spesso passo io a fare domande, alcuni clienti sono davvero interessanti c’è qualcosa in questi che ti fa venir voglia di conoscerli meglio e così gli chiedo: “ lei che lavoro fa, è in pensione “

No, sono un’ esodato, dovrei andare in pensione fra qualche anno e non so quanto prenderò “

Mi fermo e alzo lo sguardo, lui con gli occhi rassegnati inclina leggermente la testa.

E’ stato come sentire una legnata nell’aria ascoltare un uomo di sessantadue anni ritrovarsi miseramente definito, anche da se stesso nella parola esodato. Quarant’anni di lavoro e una squalifica da esodato.

La cantina

14 luglio 2012

Da alcuni giorni il condominio è in subbuglio, si è venuto a sapere che la famiglia rumena del secondo piano, la sera tardi e la notte scende nelle cantine a caricare i cellulari o a tagliarsi i capelli con il rasoio elettrico.
Subito si è attivata la battaglia per la legalità: comunicazione all’amministratore, sostituzione della chiave che ovviamente verrà negata alla famiglia responsabile del crimine.
Vengo poi a sapere che in casa non hanno la luce per via di una vecchia bolletta non pagata.
Quando nel tardo pomeriggio rientro trovo un biglietto sulla porta di una delle due facenti custode del palazzo, che mi invita a ritirare la nuova chiave previo versamento di due euro. Busso alla sua porta, i rapporti sono sempre stati cordiali e con la consueta cordialità cerco di parlarle di comprensione, compassione per quella famiglia che vive in miseria, la sua risposta è stata “ Anche io sono povera, le regole vanno rispettate. Io se vado al loro paese non faccio come voglio io e anche loro al nostro paese devono rispettare le regole”
Mi porge la nuova chiave della cantina e le dico: “No a questo punto non la voglio neanche io”.
Vengo assalito da un senso di rabbia e indignazione e tornando in stanza trattengo le lacrime, e decido che a breve metterò una presa di corrente sulla porta esterna del mio appartamento con una seggiolina per sedersi.
Torno dalla sedicente portinaia e le comunico la decisione con tono fermo e cortese aggiungendo “ Che nessuno si spaventi, sono miei ospiti”
Non sapendo quale potesse essere la reazione della famiglia rumena busso anche alla loro porta. Apre una ragazza di circa vent’anni, mi presento e la invito alla mia porta a caricare il telefono qualora ne avessero bisogno.
Sorride sorpresa “ Grazie lei è molto gentile, grazie”
Le rispondo “ Nessun grazie, è così che si fa. Si fa così”
Poi torno in stanza e piango.