Presentazione del Libro ad Alessandria

12 febbraio 2010



Difficile raccontarsi, trattenere la rabbia, le emozioni.

Sulla destra Ennio Piantato, primario della psichiatria di Alessandria.
Al centro il marito di Elisabetta Gandini, la bibliotecaria che ha organizzato l’incontro.




Piccolo estratto dal Libro

Il mazzo di chiavi
Agosto è il mese dei suicidi.
È alta stagione per la psichiatria, trovare un posto letto in repartino è
quasi impossibile, ma se sei abbastanza fortunato puoi ancora trovare
posto nella provincia. Dipende da chi c’è di guardia in pronto soccorso.
Villa Cristina alla periferia di Torino?
“No, lì non ci voglio tornare”. Ci avevo trovato Michela del gruppo di
alcolisti, non mi riconobbe, sembrava che le avessero gonfiato la faccia
come un canotto, la pelle del viso lessata e molle come le dita cotte
quando si lavano i piatti con l’acqua calda. Gli occhi vuoti che
guardavano al vuoto: l’opera devastatrice degli psicofarmaci e di una
vita che ti insegue, perché senza quel corpo non ci sarebbe vita. Quella
vita.
Cazzo, ho trovato la chiave! Bello, ma perché non ci avevo pensato
prima. Mi sale la pace e mi si sciolgono i sassi nello stomaco, covo di
pugni annodati e dimora di tutte le angosce.
Quando stai così di merda non servono neppure gli psicofarmaci e non
servirebbe neppure riavere il mio amore.
Ma adesso tutto questo non conta, ho trovato la chiave, la pace.
Mi dispiace solo per Zora, di lei credo, e ne sono certo, se ne
occuperanno Maria Grazia e Sergio.
La gomma che il vicino usa per innaffiare il giardino dovrebbe essere
della stessa misura della marmitta dell’Ape 50, l’ho smontata e
rimontata il mese scorso e la gomma la vedo tutti i giorni. Se dovesse
essere troppo stretta posso scaldarla sul fornello e allargarla mentre se
fosse troppo larga in laboratorio dovrei avere sicuramente una fascetta
metallica nella mia Scatola Magica.
Ci sono voluti dodici anni per averla così fornita. È una vecchia scatola
di biscotti in lamierino leggero stile tardo Liberty con i caratteri delle
lettere giallo oro tipiche degli anni 40/50.
Un artigiano non può fare a meno di una Scatola Magica. Quando al
sabato ripulivo il laboratorio raccoglievo tutte le viti e chiodi che
trovavo in terra o sul fondo dei cassetti dato che riporle tutte negli
appositi separatori sarebbe stato un delirio li mettevo nella scatola dei
biscotti. Dopo dodici anni potevo trovarci tutto, e di tutte le misure:
chiodi, viti, rondelle, dadi, bulloni e fascette.
                                       19
Ah, è vero, mi stavo perdendo!
Prendo il coltello e vado a tagliare un pezzo di tubo, dalla marmitta
all’abitacolo ce ne vorranno due metri e mezzo. La cilindrata dell’Ape è
50 centimetri cubici ed in proporzione lo scarico dovrebbe avere un
diametro non superiore al centimetro e mezzo. Nessuna fascetta
metallica entra che è un piacere, ed è un piacere vedere che dopo tanti
anni di lavoro posso fare a meno del metro e del calibro. Il tempo di un
sorriso compiaciuto e poi porto la gomma nell’abitacolo, mi siedo e tiro
la porta.
Mi chiudo dal dentro, mi chiudo dal fuori.
Alzo la leva dell’aria, giro la chiave e pigio lo START. Attendo alcuni
secondi e quando il motore comincia a singhiozzare abbasso la leva per
ridargli ossigeno.
Gesti essenziali, misurati, senza incertezze, come se lo avessi sempre
fatto.
Mi coglie un senso di pace che non ricordo di aver mai provato, trovo
persino il tempo di prendermi in giro.
“Certo che per un asmatico è proprio un modo del cazzo per morire”.
Che faccio, torno un attimo in casa a prendere i broncodilatatori? E se
comincio a tossire? Vorrei morire addormentandomi e non sputando
pezzi di polmone!
Immagino i titoli dei giornali: “Artigiano asmatico si suicida con i gas di
scarico, trovato in un lago di sangue”. Merda così no! Che figura da
fesso. E giù a ridere in questa nuvola di fumo. Mi è sempre piaciuto il
profumo della benzina e dell’olio sintetico bruciato, mi ricorda quando
da ragazzino nell’officina del vecchio questi accendeva le moto,
incurante della presenza dei clienti.
Che pace. Adesso. Qui dentro.
Cominciano a bruciarmi gli occhi, a raschiarmi la gola e mi chiedo se lo
sto facendo veramente. Se mi sto ammazzando veramente. Peccato
perdere questa pace proprio adesso che l’ho trovata.
Non posso rinunciare al mio progetto, ho scritto anche l’ultima lettera
con tanto di scuse e indicazioni per il cane. Che dire poi della mia
autostima?
Già la sento mia madre “Cominci mille cose e non ne finisci neanche
una”.
Questa volta però vorrei finirla con la pace di questo momento.
                                      20
E se riuscissi a trovare questa pace fuori? Forse non l’ho cercata
abbastanza, forse non l’ho cercata nel posto giusto.
Questi ultimi tre quarti d’ora li ho vissuti serenamente.
E se ci fosse il modo per allungarli ancora una volta, due volte, tre…
No non è possibile!
E se invece lo fosse?
Ho trovato la chiave, la seconda oggi, oppure la è stessa che chiude e
apre?
Spengo il motore. Proviamoci.
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