Ad ognuno il Suo

24 gennaio 2010

Ecco alcune opere dell’amica  FalArtista
mail: falagiani.falartista@gmail.com

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Ostello

15 gennaio 2010

Boschi sopra Susa 2005

 

 

Propongo un racconto tratto dal libro "Via della casa comunale n° 1"

Dopo dieci giorni, viaggiando in bicicletta e dormendo ovunque, scopro assolutamente per caso l’esistenza degli Ostelli della Gioventù.

In un ostello puoi vedere le stelle senza affacciarti dalla finestra. Sono i giovani che da tutto il mondo  si spostano per studio o per lavoro, qualcuno viaggia e forse scappa. Italiani, tedeschi, cinesi, africani ed americani, stelle da tutto il mondo.

Arrivai presso l’Ostello di Torino alle otto di sera ed avendo intuito che in quel luogo avrei potuto facilmente fare amicizia mi rammaricai di non esserci arrivato con qualche ora di anticipo.

In camera trovai un ragazzo dalle apparenti origini nordafricane piegato sulla cartina dell’Italia, silenzioso.

Quello straniero rappresentava l’unica occasione per fare amicizia e il saluto tiepido con cui mi accolse mi stuzzicò non poco; dovevo strappargli un bel sorriso prima di andarmene altrimenti non mi sarei sentito risarcito.

Misi in atto la strategia del caos, svuotai le borse della bicicletta in preda ad una frenesia ansiosa alla ricerca di qualcosa, fino a che non l’avessi trovata, non mi sarei calmato. Ovviamente non cercavo nulla, volevo solo che mi soccorresse, perché l’ansia che nel frattempo l’aveva contagiato lo costringesse ad entrare in relazione con me .

Posso aiutarti?

Bingo!…Sto cercando lo shampoo, lho comprato stamattina al mercato di Orbassano e non riesco a trovarlo, sono dieci giorni che pedalo come unidiota, mi sento addosso unodore da caprone di fossa che se non mi infilo al più presto sotto la doccia saremo costretti a bonificare tutta la zona”.

Ora mi sentivo parzialmente risarcito della tiepida accoglienza.

Lo rincontrai nella mensa dell’ostello. Dopo la sceneggiata del primo incontro evitai di invitarlo al tavolo per dargli il tempo di riprendere fiato, lo avrei pizzicato sul tardi per trasformarlo in un micione affettuoso. Infilai lentamente la chiave nella toppa e ad occhi bassi entrai nella stanza, gli sorrisi riproponendomi di non aprir bocca finché non fosse stato lui a rivolgermi la parola.

Com’era prevedibile cominciammo a parlare del tempo, della primavera che non arrivava e dell’inverno quasi alle spalle e che entrambi ricordavamo come uno dei più caldi degli ultimi dieci anni.

Quello che sarebbe emerso da quella conversazione, resta una delle cose più commoventi di questo viaggio.

Ezio è Palestinese, in Italia da circa quindici anni godeva della cittadinanza italiana e negli anni si era integrato perfettamente. Era fidanzato e fino a poche settimane prima lavorava regolarmente, poi nel giro di alcuni giorni aveva lasciato casa lavoro e fidanzata per partire in automobile per non si sa dove. Quando gli chiesi del perché di una scelta così drastica, mi rispose: “Perché sono Palestinese.”

Mi spiegò che era nato e cresciuto nei campi profughi, e che per tutta la vita aveva lottato per tornare nella sua patria, la Palestina; poi dovette incassare la sconfitta più amara, quella di emigrare da senza patria lasciando genitori e fratelli in un luogo che non dava più sogni e speranze.

Vedi Stefano, sono andato via proprio perché tutto andava bene, casa, lavoro ed anche una bella fidanzata. Continuo però a non avere una patria, sono cresciuto ricostruendo continuamente la mia casa, è la cosa che ho sempre fatto e che mi assomiglia di più. Sono stato e resterò tutta la vita  senza patria e se mi faccio una casa in Italia quella non sarà mai la mia casa. Poi mi confessò che continuava a convivere con la paura che qualcuno gli portasse via o gli demolisse nuovamente la casa e per convivere con questa paura preferiva abbandonarla prima per quietare le sue angosce.

Mi avvicinai allo zaino per prendere due arance e offrirgliene una, poi senza pensare troppo me le infilai sotto la maglia fingendo due seni prosperosi e mimai l’atto della donna kamikaze, che si fa saltare in aria in mezzo alla folla.

A quel punto scoppiammo a ridere come bambini e per quanto retorico possa sembrare, mi sentivo palestinese come lui.

In un Ostello della Gioventù le stelle puoi vederle senza dover piantare la tenda su un prato, sono i giovani che da tutto il mondo migrano, per studio o per lavoro, qualcuno come Ezio forse fugge.

Sieropositiva Aids

5 gennaio 2010

Vi propongo una lettere apparsa oggi su Facebook, all’interno dei miei contatti, che Sieropositva ha inviato a diversi giornali.

Caro editore,

le scrivo questa lettera perché mi sento in dovere di farlo.
Ho 21 anni e vivo a Milano, studio all’università Luigi Bocconi, sono una ragazza solare e appaio come una ragazza “normale”.
Eppure c’è un però, sono sieropositiva, e l’ho scoperto qualche mese dopo aver compiuto i miei 18 anni. Sono in cura all’ospedale Luigi Sacco da circa 3 anni, è un’ ottima struttura con personale molto competente, i miei genitori non sono a conoscenza della mia situazione.
Vorrei, forse utopicamente, che lo Stato, le regioni, le provincie ed i comuni prendessero seriamente questa pandemia.
Si dovrebbe parlare molto più spesso di questa malattia, forse non tanto agli studenti, che sono persino più informati di voi a causa delle varie sessioni di educazione sessuale fatte a scuola, bensì ai loro genitori, agli adulti, agli over 30. Come risulta dalle ultime statistiche tre milanesi al giorno si infettano, e questi non sono ragazzini di 16 anni, ma sono padri di famiglia, che tradiscono le proprie mogli e che le infettano, e che rovinano la vita dei loro familiari.
Non credo di essere esagerata nel definire questa malattia una pandemia, io davvero non mi capacito del perché non venga fatta una diffusione a livello nazionale di tali informazioni.
Ogni malato come me, viene a costare al servizio sanitario € 1.500,00 al mese solo per i medicinali, senza contare le visite mensili ed i vari controlli che facciamo.
Non mi piace l’idea di pesare sugli altri, ma se ci fosse stata una maggiore informazione o una rieducazione sessuale, io probabilmente non avrei fatto sesso non protetto con il mio ragazzo con il quale stavo da 4 anni, se gli uomini smettessero di tradire le proprie mogli e fidanzate, io, ragazza di 18 anni molto volenterosa e competente, ora non sarei malata di HIV, e non sarebbe per me così difficile tante volte trovare una ragione di vita.
A 21 anni soprattutto è difficile dire ad un proprio coetaneo che si è malati.
Si teme l’ignoranza, l’allontanamento…
Insomma ho 21 anni e sono malata, vorrei tanto che la gente acquisisse consapevolezza e che comprendesse che l’AIDS non è poi tanto lontano da ognuno di noi. Vorrei che nessuno dovesse passare ciò che passo io tutti i giorni. Vorrei che qualcuno finalmente trovasse una cura, e se non è possibile, vorrei almeno che la gente non mi guardasse male per la mia malattia, perché io non sono una drogata, una dai facili costumi, o una persona sessualmente ambigua, io sono una ragazza normale che è stata per 4 anni con lo stesso ragazzo, che non lo ha mai tradito, al suo contrario.
Io penso che sia sbagliato ed immorale che la nostra società venga quotidianamente bombardata da messaggi promozionali che seguono esclusivamente la logica del profitto.
Penso che nella nostra società, nel 2010, non sia accettabile che informazioni di vitale importanza, quali quelle sull’HIV, non vengano diffuse allo stesso livello se non a livello superiore di quelli commerciali. Spero che i media riescano a trovare lo spazio per tali informazioni e per la pubblicità a scopo sociale, in quanto il prossimo caso di HIV potrebbe essere vostro figlio, vostro marito o anche vostra moglie.
Ognuno di noi può fare la differenza! Io ci sto provando, ma sono solo una studentessa di 21 anni, forse voi che avete in mano i mezzi di comunicazione e di informazione potete fare molto più di me! Quindi per favore FATELO!

Piccola988



Su Facebook: Sieropositiva Aids

 

Il Postino e il Marziano

2 gennaio 2010

postino

Pantaloni militari, scarpe infortunistiche da muratore, piumino da Paninaro anni ottanta, la sciarpa rosa da fricchettone , il berretto della Nike ed eccomi pronto sulla bicicletta con lo zaino in spalla  per scendere in Posta a spedire un altro pacco di libri.
Come al solito la discesa è velocissima, e il sole che da queste parti si presenta già alle nove del mattino ha già scaldato la strada, il vento è sempre gelido e  tagliente e neppure i due paia di guanti che indosso mi riparano le punte delle dita dal freddo: il primo paio sono guanti sottili da giardiniere, verdi con i fiorellini rossi e gialli, i secondi sono da ciclista, ma per la mezza stagione, con questa temperatura posso arrivare solo fino all’ufficio postale e sperare che ci sia la solita fila per avere il tempo di riprendermi dal freddo.
La sportellista mi sorride e nel breve tratto che mi separa dal sedile in fondo alla piccola sala l’attenzione si sposta sull’insolito Marziano che ha appoggiato la bicicletta sulla vetrina e che estrae dallo zaino una manciata di pacchi da spedire.
Educatamente chiedo  ” Chi è l’ultimo”?
Brava gente che ostenta pazienza e buon umore ma che alla terza operazione fatta dallo stesso cliente comincia a perdere sangue dalle orecchie ed a guardare il soffitto con lo sguardo implorante di chi si aspetti che un fulmini si porti via quella vecchietta che ritira la pensione, paga la bolletta della luce e si permette il lusso di parlare dei nipotini e che a operazione terminata riordina la borsa con lentezza e si lascia ancora scappare due parole sul capodanno.
Io ne approfitto per andare a coperare il vino,  qui la cosa si fa lunga e io ho ancora le ossa gelate,  dopo dieci minuti torno in posta e la vecchietta è ancora li, mi viene da sorridere e con umorismo marziano chiedo ”Chi è l’ultimo”?
L’attesa mi consente di scaldarmi e dopo pochi minuti mi tolgo il piumino e la sciarpa, appoggio il Tavernello e le scatolette di cibo per la gatta  sotto la sedia e ricontrollo gli indirizzi sui pacchi.
La sportellista è apprezzata per il sorriso, la professionalità, la pazienza e la compostezza. I primi giorni del mese la posta è sempre piena e per quanto brava, professionale e veloce sia, essendo l’unica impiegata non riesce certo a fare miracoli.
Mentre la sala si trasforma lentamente in un alveare di api che si preparano all’attacco, la sportellista sembra non essere toccata dal gran movimento che avviene oltre il vetro. Qualcuno probabilmente implora fulmini, saette e contrazioni intestinali anche per lei, ma ad un certo punto il tabaccaio che è arrivato da pochi minuti e che deve aver annusato il clima sempre più ostile si lascia scappare un commento:
“ Siamo comunque fortunati che non c’è quello con i capelli bianchi “.
Fa notare ai presenti che quando c’è lui il terminale del computer non funziona quasi mai e che spesso gli tocca ripassare. Qualcuno mormora fra i denti. Penso: “Brutta giornata per gli adesivi per dentiere”, se non altro l’astio si è spostato sullo sportellista con i capelli bianchi e l’alveare comincia lentamente a quietarsi.
Ma c’è un’altra sportellista con un rendimento ed una professionalità che vanno ben altre lo scandalo, sembra che prima di venire a lavorare abbia munto le vacche, dato il fieno hai cavalli, annaffiato l’orto e dato il Mais alle galline. Ma fin qui direi che ci può anche stare che tu vada  a lavorare vestita da contadina psichiatrica, quello che non si accetta è il fatto che ogni operazione che va altre il pagamento di una bolletta diventi una questione da Servizi Segreti e  dunque meglio rimandare ad un’altra volta, oppure di recarsi a Susa dove a suo dire possono sbrogliare una faccenda complicata e delicata come una raccomandata con ricevuta di ritorno.
Tutto con un bel sorriso da culo di babbuino, arriva persino ad abbassarsi verso la feritoia del vetro a farfugliare qualcosa, con gli occhi guardinghi e l’atteggiamento di chi chiede comprensione e pazienza per la situazione incresciosa. E’ come trovarsi davanti ad uno zingaro con la gamba mozzata che appoggiato alla stampella allunga il bicchiere della granita vuoto per un paio di monetine. Ma vaffanculo, almeno pettinati prima di venire a lavorare!
Questo è il motivo per cui tutti prima di entrare in posta  hanno l’abitudine di sbirciare fra i cartelli pubblicitari incollati alla vetrina.
Il ritorno a casa come al solito è lento, stamane sono quasi riuscito a fare tutta la salita in bicicletta, scendendo dai pedali solo tre volte.