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All’età di sette anni, in un pallosissimo pomeriggio d’estate, decisi che da grande avrei fatto il giornalista. Corsi subito da Morena per metterla al corrente della mia nuova decisione. Morena era una giovane educatrice del collegio, andava sempre in giro con una Fiat 126 color verde pisello accompagnata da un Mastino Napoletano che a me appariva come un enorme dinosauro con la targhetta ed il collare.
Ascoltò con attenzione e poi mi disse che se da grande avessi voluto fare il giornalista dovevo cominciare a ribaltare le mie abitudini: studiare, essere disciplinato, non malmenare i compagni a tutte le ore e senza preavviso e soprattutto non mandare affanculo adulti e insegnanti.
Dovetti promettere, ma in cuor mio sapevo che sarei riuscito a conciliare entrambe le cose, così alcuni giorni dopo cominciai a studiare il mestiere del giornalista con Morena in cattedra che passava il tempo ad inchiodarmi su verbi, analisi grammaticale, analisi logica e disciplina.
Dopo due lezioni tornai alla mia antica passione, menar le mani  fino a quando nove anni dopo mi capitarono fra le mani le poesie di Saffo. Non c’erano parole per descriverne la bellezza, le aveva prese tutte lei e così smisi di scrivere poesie e comprai una chitarra.
Di leggere non se ne parlava assolutamente, le parole si spostavano continuamente sul foglio, mi toccava rincorrerle continuamente, e mi provocava gran mali di testa, nausea ed effetto sbronza che mi sdoppiava le immagini.
Anni essere dislessico guardando la tivù scoprii che ero stato un bambino dislessico in un epoca in cui gli insegnanti distinguevano a malapena gli alunni dai loro banchi.
Leggere ad alta voce in classe era una vera umiliazione, in terza media leggevo come un bambino di quarta elementare. Cominciai ad avere il fondato sospetto di essere solo un ragazzo violento e ignorante, poi mi tornarono alla mente le parole di una supplente della quinta elementare che dopo l’ennesimo pestaggio a danno dei bulletti delle altre classi mi disse: “ Stefano se da grande farai il bandito sarai il capo dei banditi. Però, guarda se riesci a fare di meglio, io ne sono convinta”.
Era troppo simpatica per non avere ragione, dunque nella rinnovata convinzione di essere un ragazzo intelligente attesi pazientemente di incontrare il mio talento e cominciai a guardarmi intorno.
A quattordici anni rubai la mia prima automobile e due ore dopo sono in questura con mamma in lacrime che mi massacra di schiaffoni e con l’appuntato che sorridendo mi invita a cambiare strada e a studiare se non voglio finire in galera. Se non ci finisco con la mamma penso di poterlo sopportare.
Mi fu chiaro che le automobili non erano il mio talento ed allora passai a rubare biciclette, motorini, furgoncini. Gli altri della banda passarono presto a scippi, e qualche anno dopo alle rapine, ma io mi fermai molto prima, sull’angolo fra via Sant’Ottavio e Corso Regina. Ero appostato quando Angelo mi indicò la vittima dello scippo :
“ Stefano è come toccare il culo alle ragazze quando corri in mezzo alla folla, solo che questa volta le devi strappare la borsetta”. Quel giorno avevo capito che non sarei mai finito in galera e che non sarei diventato il capo di nessuna banda, perché quel gioco non poteva diventare violenza a danno di una signora anziana che poteva essere mia nonna.
Mi restavano comunque il piacere di sbatacchiare a calci, pugni e sputi i bulletti che se la prendevano con i più deboli, ho sempre e solo pestato bulletti. A vent’anni finalmente riesco a prendere il diploma di terza media presentandomi da privatista dopo due tentativi fallimentari alle serali.
Dei miei talenti solo alcune ombre, da anni gli amici si aspettano che prima o poi io faccia il salto di qualità. Verso, dove e per che cosa nessuno riesce ad immaginarlo ma tutti attendono fiduciosi.
Con gli anni si fa strada il dubbio che il mio destino sia quello dell’eterna promessa. Morire mentre tutti aspettano ancora l’esplosione di qualche talento. Che delusione.
Arriva il primo amore, le prime pippette, le delusioni e la prima grande depressione.
Sono i giorni di Don Milani e di “Lettera a una professoressa”, dall’incontro con Saffo sono passati molti anni e questo nuovo libro sembra fatto per dare speranza, i problemi con la lettura restano, non riesco ad andare oltre la terza pagina e con grande fatica. Per molti mesi lo avrò sempre appresso sotto il braccio, in mano o nello zaino, pronto per essere aperto a caso per farmi rasserenare, per finire col tempo a fare da zeppa al tavolo della cucina e non perché abbia smesso di amarlo, tutt’altro. Un libro così bello sa stare ovunque e sa fare bene anche la zeppa. Un libro che non ho cercato poi per anni, non ne sentivo il bisogno, mi bastava sapere che da qualche parte fosse ancora scritto.
In quello che appare essere un abisso di ignoranza mantengo ancora oggi l’abitudine di memorizzare continuamente parole nuove, di curare il linguaggio che sin da giovanissimo avevo compreso essere potere e libertà. Avevo sempre con me un quaderno e quando sentivo una parola nuova me la appuntavo e poi me la facevo raccontare dai grandi, capitava persino che lo facessi davanti alla televisione o alla radio. Sulla copertina del quaderno avevo  scritto
 “ Parole Rubate”.
E’ forse proprio la cura del linguaggio che negli anni aveva fatto di me una promessa e dunque se talento vi era andava ricercato nell’universo delle parole. Nulla, la promessa aveva sempre più il sapore dell’eternità
Arrivano, l’alcol, un filo di eroina, la chitarra presa e abbandonata più volte e poi l’hiv e la decisione di viaggiare in bicicletta. Don Milani è un antico ricordo, credo fossero passati vent’anni e nel frattempo ogni libro non andava oltre la decima pagina, in tutto.
Il secondo anno di viaggio un amico mi cosigliò di leggere Stefano Benni. Bello Benni, ma io che da bambino volevo fare il giornalista mi sentii una merda, inoltre da quando sono partii in bicicletta ho cominciato a redigere un diario che in cuor mio vorrei diventasse un libro. Qui rischia di finire come con Saffo e abbandono la lettura. Poi arriva Pennak, un genio della parola e del racconto, se vado oltre la settima pagina finisce che  smetto di scrivere e devo cercarmi un lavoro. Abbandono Danniel Pennak in una cabina telefonica in provincia di Siena e continuo a pedalare, scrivere raccontare e rubare parole.
Cazzo questi scrivono benissimo, ci campano degnamente, li leggo e loro mi stroncano? E’ troppo.

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Il Paleotto. Per Sempre

13 ottobre 2009

Nel 2007 per l’ennesima volta tentai un rientro nella società e con alcuni amici prendemmo una cascina nelle campagne fiorentine. Come ogni anno l’inverno mi obbligava a cercare riparo, ma questa volta tutto lasciava pensare ad un rientro definitivo, così fondammo “ La Libera repubblica di Santellero” dal nome del paesino in cui avevamo preso casa.
Un gruppetto nutrito ed entusiasta: una giovane ceramista, una coppia che da anni viveva in furgone, un piemontese che girava il mondo a piedi e infine la sorella della ceramista che confezionava orecchini, collane, pantofole di lana, con la tecnica dell’uncinetto e che metteva in vendita su un piccolo banchetto piazzato abusivamente sotto i portici di Bologna e Firenze.
Nell’arco di alcuni mesi l’eccessivo desiderio di vivere tutto comunitariamente si scontrò con l’esigenze di ognuno, tanto che ogni tentativo di crearsi spazi propri, spazi esclusivi venne vissuto come una sorta di tradimento, come un comportamento poco comunitario lontano da quel sentire che era stato l’elemento fondativo del gruppo.
Come ogni anno, fu il sole della primavera a farmi uscire dall’imbarazzo, partii alla volta di Bologna dove avrei volutro fermarmi definitivamente.
L’idea era quella di entrare a lavorare come operatore nella cooperativa in cui lavora Massimiliano. Su questo avevoo le idee molto chiare, avevo la certezza che quello fosse  il mio lavoro, l’unico che ero disposto a fare.  L’alternativa sarebbe tornata ad essere la strada.
Arrivato a Bologna cominciai a battere la periferia per cercare un luogo tranquillo in cui montare la tenda e prima che faccesse buio. Scopro un parco ad una ventina di minuti dal centro. Il Parco del Paleotto, un luogo ideale, poco frequentato e non lontano dalla città  in cui arrivano anche i mezzi pubblici.
Per un rientro così ambizioso devo per forza far pace con la figura dell’assistente sociale, una cooperativa sociale come quella di Massimiliano non vedrebbe di buon occhio un rientro fai da te. Non posso certo entrare a lavorare vivendo in un tenda, ed è qui che entra in gioco l’assistente sociale, l’unica che possa farmi entrare in una casa alloggio per sieropositivi. Una soluzione temporanea per cercare lavoro e poi con il tempo staccarmi e prendere casa propria.
Vengo a sapere che i servizi sociali bolognesi stanno vivendo un grande cambiamento entrando in convezione con gli enti ecclesiastici a cui verranno dati in gestione gran parte dei servizi alla persona: disabili, anziani, senza fissa dimora, vulnerabili di ogni natura. Il nuovo ente si chiamerà A.S.S.P che non è il diminutivo di “ Aspetti”.
Nello stesso periodo in cui contattavo i servizi sociali, mi reco presso la casa alloggio dell’Analaiz per capire in che modo avrei potuto entrare nella loro casa alloggio, mi dicono che sarebbe  stato sufficiente il via libera dell’assistente sociale dopo di che l’ingresso sarebbe stato immediato. Mi dicono anche che probabilmente l’ente assistenziale nascente le “Assp” non ha ancora designato una figura e che se così fosse stato avrei dovuto attendere qualche tempo. In sostanza devo ripassare, e così ripasso per quattro mesi e mezzo e quando infine riesco ad avere un incontro scopro che la mia assistente sociale si è fatta trasferire. Bene, non è più tempo di incazzature, sarebbe sciocco sorprendersi per l’ennesima volta dell’assenza del Mio stato.
In questi quattro mesi e mezzo però non mi perdo d’animo ed ogni mattina mi reco al centro diurno di via Del Porto dove Massimiliano coordina la redazione di Asfalto e il laboratorio informatico destinato ai ragazzi in borsa lavoro che arrivano dai dormitori o dalla strada. La stima di Massimiliano mi consente un ingresso anomalo nella redazione, in cui è possibile accedere solo attraverso i servizi sociali e quando gli dico che vorrei lavorare alla pubblicazione di un libro la sua disponibilità, già amplia diventa totale.
Entrambi attendiamo un incontro con l’assistente sociale per immaginare in un secondo tempo un percorso di rientro, e nel frattempo lui lavora al suo progetto ed io alle basi per il mio primo libro.
Al mattino pedalo fino al centro diurno lasciando la tenda montata nel parco, in altri tempi l’avrei smontata e rimontata tutti i giorni, ma quest’anno voglio tentare questo azzardo. Un modo per superare la paura ed affidarmi alla sorte. Penso che se sono tranquillo lo saranno anche gli avventori del parco, la tenda è piccola e montata in un luogo appartato, visibile ma non ostentata.
Il laboratorio informatico è sempre frequentatissimo sia dai corsisti che dagli amici degli amici e in queste condizioni trovo sempre più difficile concentrarmi sul libro, tanto che quando ritengo di aver fatto un buon lavoro lo mando a Simona, una scrittrice affermata che pare apprezzare la mia scrittura. Quando qualche tempo dopo viene al laboratorio informatico a trovarci le chiedo cosa ne pensa delle bozze che le avevo spedito e la risposta è arrivata schietta come non mai.
“ Ho letto solo poche righe, aspetto che cominci a lavorarci per leggerlo”
Cazzo ce n’è abbastanza da decidere di smettere di scrivere. Poi in effetti ricontrollo le bozze, ma questa volta dalla parte del lettore e mi rendo conto che è tutto da rifare.
Qui è impossibile lavorare. L’attesa di un nuovo appuntamento con i servizi sociali mi snerva e riempie di rabbia.
Come se non bastasse in tre settimane mi hanno aggredito tre volte nella stessa notte, mi sono trovato quasi faccia a faccia con un cinghiale ( Vero questa volta) e per concludere i vigili mi hanno sequestrato la tenda con tutte le mie cose.
Quel che più mi spiace è che da alcune settimane Massimiliano ha convinto la cooperativa a farmi lavorare in laboratorio dove lo sostituisco nei giorni in cui lui frequenta un corso di aggiornamento.
“Operatore senza dimora”, che la sera torna in tenda in un parco pubblico. Massimiliano mi racconta che non è stato facile convincere il presidente ad assumere un collaboratore con una modalità tanto anomala.
Io e i ragazzi andiamo daccordo, loro sanno della mia condizione e godo anche di una certa stima e quando da pari salgo al ruolo di operatore questo non sembra creare problemi, anzi sembra una soluzione vincente, efficace. Io non rappresento l’istituzione, sono un senza dimora che mette a disposizione le sue conoscenze e che cerca di passarle agli altri e questo crea un clima di lavoro e collaborazione che fa bene a tutti.

Ho un vaffanculo che mi bolle nella pancia come un’enorme Zunami, se pianto un rutto adesso, con il rinculo faccio almeno quindici metri indietro. No basta con la rabbia devo concentrarmi sul libro e così riparto per la valle degli Elfi, nella baracca in mezzo agli ulivi per lavorare al mio riscatto.

Mi spiace anche lasciare questo parco in cui ho tessuto amicizie e simpatie soprattutto con Alessandra e suo marito Alessandro.
Alessandra l’avevo incontrata qualche anno prima al cinema, o meglio sullo schermo, credo fosse il sogno erotico inesplorato degli adolescenti della mia generazione. “ Mery per sempre”. All’epoca del film aveva forse vent’anni e quando la rincontrai al parco del Paleotto credo avesse effettuato la transizione di sesso.
Bella come il sole, erotica come una donna erotica.
La mattina mi dava la sveglia “ Stefano devo suonare o posso anche chiamare”? Poi ogni tanto esigeva la borsa con la biancheria sporca che poi ritrovavo accanto alla tenda pulita e stirata.
Capitava poi che si presentasse la domenica col marito Alessandro con caffè e cornetto direttamente dal bar.
La prima volta che la vidi erano le otto del mattino. Attraverso la zanzariera della tenda vidi un culetto foderato di jeans passare a pochi metri, una voce calda e squillante che urlava ai cani di non fare rumore e di non agitarsi troppo. A me quella agitata sembrava lei.
Quella voce l’avevo già sentita, pensai subito al protagonista del film “Mery per sempre”,
Cercai gli occhiali per rubacchiare i contorni di quel culettino che mi appariva perfetto, ma quando me li infilai era già scomparsa, quando dopo alcuni minuti ripasso ebbi la certezza che era lei.
Indossava, oltre ai jeans, una felpa scura, un paio di occhiali da sole ed un cappellino con la visiera, tipico abbigliamento da Vip che non ama essere riconosciuto.
Guardandola in volto si capiva che era un tras ma con lineamenti femminili rari da intercettare persino in una donna, due occhi grandi e intesi che senza gli occhiali da sole avrebbero sedotto e atterrato qualsiasi uomo.
Il viso turbava, infastidiva le fondamenta dell’eterossessualità, eppure catturava, seduceva, smuoveva pancia cazzo e bacino, gli uomini abbassavano le spalle e solo i più coraggiosi sorridevano, a tutti gli altri restavano le punta delle proprie scarpe e un desiderio imbrigliato di confusione.
Le donne spesso sorridevano. Non ho mai capito perché.
L’unico vero frocio del parco era Franco, il proprietario di una bella Rotvailer, che appellava Mery come “ Il frocio dei cagnolini”.
Franco era una certezza, quando la sera tornavo dal centro diurno lui era seduto nei pressi della tenda, apparentemente in attesa che la cagnona finisse di fare i bisogni, molto palesemente però aspettava che io tornassi. Sarebbe bastato che mi mettessi la mano sul Paperino che saremmo certamente finiti a spompinarci dietro i noccioli o stretti nella tenda a prendercelo in culo.
Ma l’offesa fatta a Mery non si poteva perdonare, in compenso per punizione non l’ho mai fatto sentire a disagio. La sua punizione sarebbe stata l’attesa e l’abbandono, quando fossi andato via lui era una di quelle persone che non avrei salutato.
 Peccato perché era rozzo, elementare, stupido, insufficientemente scolarizzato e con una cultura che lo accompagnava appena fuori dalle pareti del proprio retto. Un animaletto perfetto per scassarsi di sesso a tutte le ore, ma l’offesa  a Mery ormai era stata fatta.

Ma il libro vuole il suo libro e io voglio scriverlo.

Tornare in Autunno

8 ottobre 2009

Questa è una di quelle storie che conservo nella memoria da anni e di cui non ero riuscito a scrivere per il dolore che mi provocano vite di questa intensità.
Sono venuto a conoscenza di Gidio, il primo anno di viaggio in bicicletta, quando approdai in Val Pellice,ospite della Baita di un amico torinese che mi accolse per alcuni giorni. Mi raccontò che prima che comprasse la casa in pietra questa era abitata dal Sig Gidio. Lui  ci era nato in montagna,  in un tempo in cui la montagna appariva più ostica del confino, ma non per chi come Gidio ci era nato, cresciuto e invecchiato.
Credo fosse una sorta guardiano dei boschi e dei castagneti, un montanaro a cui chiunque decidesse di andare a vivere in quei luoghi si affidasse per essere indirizzato, consigliato o per ascoltare le storie di queste valli di cui lui era uno dei pochi raccontatori sopravvissuti.
E credo che in virtù di questa memoria che dopo la vendita della baita in cui viveva da anni gli fu concesso il diritto di dormire in  legnaia a pochi metri dalla casa.
All’ingresso della legnaia  mise un telo di plastica spesso di quelli che in edilizia si posano sui tetti in rifacimento dopo aver tolto tegole e travi marce e che in caso di pioggia non fanno infiltrare la pioggia ai piani bassi.
Quando mi raccontarono del passaggio dalla casa alla legnaia pensai che il vecchio era arivato alla fine. Per un uomo che aveva vissuto la montagna trovarsi a chiudere il proprio giaciglio con un telo di plastica  doveveva essere  molto simile ad uno sfrattato che finisce   per portarti in strada o in dormitorio.
Qualche anno prima alcuni dolori al petto lo portano in ospedale per una visita a cui dopo poco tempo seguì l’impianto di un peismecher per regolare il battito del un cuore un po troppo ballerino e capriccioso, una soluzione tecnologica che gli avrebbe permesso una vita un poco più lenta ma certa.
Una vita che però non aveva previsto uno Sfratto rispettosamente esecutivo  che lo porterà poi in una legnaia con la porta di plastica. Il cuore scapriccia sempre  e Gidio torna in ospedale e subito dopo in un’Ospizio per uomini e donne improduttivi,vecchi di quella longevità che la buona economia accoglie con rispetto, se non altro perchè alla fine ogni buon lavoratore o imprenditore deve il proprio posto di lavoro e la vita che vivono, nell’antico seme e all’utero di questi vecchi  abbandonati.
Arriva l’autunno e Gidio deve aver pensato che un inverno in quel luogo non avrebbe voluto passarcelo, avrà pensato che quell’anno per la prima volta in tanti anni non avrebbe raccolto le castagne e pulito il bosco e che forse non sarebbe più potuto  tornare a casa.
Con il cuore alimentato da piccole batterie esterne in un luogo senza alberi e il soffitto di cartongesso Gidio si sentiva già morto.
Dalla finestra del salone in cui regnano sedie a rotelle con corpi dimenticati Gidio gurda la sua montagna, ci vorranno due ore di cammino per raggiungerla ed una mattina di bel solo prende la sua sacca ed esce dall’ospizio per una passeggiata.
Di ore per raggiungere la montagna ce ne son volute tre emmezzo, ma alla fine eccolo tornato a casa.
Il Signore delle nature gli ha fatto trovare un tappeto di foglie dorate e lampi di sole che filtrano fra le chiome dei castagni, pioggia di luce e colori per un lieto ritorno.
Ritroveranno il Signor Gidio otto giorni dopo disteso in una buca coperto di foglie di castagno con il piccolo alimentatore esterno del Peismecher disattivato manualmente.