Un contadino da 800 Mgh

31 agosto 2009

Io ci voglio essere

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La nuova vita di adesso, fatta di casa, muri ed un arredamento dignitoso si arricchisce di un nuovo elemento: un lavoro occasionale fatto di un orario minimo  da rispettare, quello in cui Gigi mi chiederà di rispettare nelle rare e preziose collaborazioni presso i suoi orti.
Gigi ha trentacinque anni e da cinque ha intrapreso l’attività di agricoltore biologico. Non è figlio d’arte, è partito con una caparbietà di cui mi sfuggono le ragioni profonde ma dal quale riesce a trarre reddito e soddisfazione e quel senso minimo che giustifichi il fatto di stare al mondo.
Quando gli parlo della mia esigenza di entrare in possesso di un PC per poter continuare a scrivere mi offre due compiuters che tiene in magazzino accanto al decespugliatore e al bidone della benzina.
L’accordo è che in cambio io gli offra venti ore di lavoro nei campi che coltiva, mentre per il lavoro  da giardiniere presso i clienti privati ricenerò dieci euro l’ora.
Il primo ingaggio è per l’annaffiatura di un campo di zucche, una sorta di campo di calcio in discesa e noi siamo in due. Mi chiedo come diamine riusciremo ad innaffiare un campo così vasto e allo stesso tempo mi sale il pentimento per quelle venti ore di lavoro per due carcasse che un tempo qualcuno chiamava compiuter. Mi torna l’amore per la vecchia carta e penna, ma Gigi coglie il mio sconforto e mi rassicura dicendomi che sarà divertente cimentarsi con l’ingegneria idraulica realizzati a suon di colpi di zappa.
Qui la tezza è bastarda e poco disposta ad essere disciplinata, sassosa , sabbiosa quasi rabbiosa,arida se dimentichi di coccolarla per breve tempo. Infilare la zappa in una terra dimenticata è quasi impossibile, qui le zappe sono fatte a punta per poter scivolare sui sassi e infilarsi nella terra.
E poi arriva il gioco con l’acqua, le file di zucche sono disposte lungo la discesa seminate in canali realizzati a mano con la zappa in cui far arrivare l’aqcua dalla parte più alta del campo. E’ un gioco di canali, l’acqua arriva dalla montagna, basta canalizzarla con un poco di sapienza e dopo arriva dove vuole il contadino e quando arriva impentuosa nel campo, basta regolare il sistema di piccole dighe realizzate nell’ultimo secolo facendo attenzione a non farti travolgere la seminana, ma Gigi pone una pietra piatta allo sbocco del piccolo torrente e l’acqua si fa docile. A questo punto bisogna solo attendere che lentamente riempia i canali realizzati con la zappa e attendere, Gigi per innaffiare porta con sè un libro o una rivista e ad ogni capitolo entra nel campo per assicurarsi che gli argini abbiano tenuto, perchè se dovessero cedere, l’acqua non arriverebbe a valle ad innaffiare le zucche più lontane dalla fonte.
Io non ho portato un libro, non amo leggere ed allora penso ai miei compiuter, compenso di questa lunga lenta innafiatura.
Sono venuto qui per scrivere, solo scrivere, ripulirmi, ritrovarmi e con tutta probabilità perdermi per l’ennesima volta.

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La Signora delle capre

8 agosto 2009

Eccomi finalmente davanti al Pc, con la mia pagina di Word a cercare le parole per raccontare questa nuova  dimensione. Quella della mia casa.
La radio vibra parole e musica, la birra grida la sua liberazione dal frigo. Vado.
Eccomi con la mia birra, nella mia casa, davanti al mio computer. Sono miei le parole, quelle non mi hanno mai abbandonato.

fiori fuori casa
( Veduta dalla finestra della cucina)

La proprietaria della casa è nata al piano di sopra ottantuno anni fa, quando l’ho incontrata tornava dal pascolo con le capre come faceva da bambina.
La montagna è dura da camminare e lei si aggrappa alla pelle del dorso della capra per farsi tirar su per la salita. Ha un grembiule celeste a fiori, abbigliamento tipico di chi vive in montagna da anni. Forse per non sporcare i vestiti durante i lavori sporchi che la montagna vuole dai suoi abitanti più ostinato.
Poco più di quaranta chili in un corpo minuto e sodo, due occhi scuri presenti, aperti, lucidi, di un’intensità che invogliano al  rispetto.
“ Porto le capre a casa e vado a  prendere le chiavi così le faccio vedere la casa. I signori che stavano qui prima erano due signori anziani. Venivano dalla Francia. Il marito si è ammalato, sono dovuti tornare al loro paese. La signora quando è andata via piangeva tanto, le piaceva questa casa. La casa prende il sole tutto il giorno, dentro è asciutta. Vedrà. Mi aspetti alla fontana vicino alla chiesa abbandonata, mi dia il tempo di chiudere le capre”
Quando arrivo alla fontana della chiesa abbandonata lei è già li. Come ha fatto? Non è bello arrivare ad un primo appuntamento in ritardo, ma lei mi sorride e mi indica la strada col bastone. Si vede che ha spesso a che fare con le capre perché agita il bastone come se battesse l’aria per indicarmi  la stradina da imboccare.
Infila la chiave nella toppa e in quel momento sento che è fatta, avrò la mia casa, non importa se sarà tutta da imbiancare e se non ci sono mobili e letti, non importa neppure se manca la luce e l’acqua. Mi bastano una porta un tetto e una finestra. Dopo tutti questi anni vorrei solo un posto da cui ripartire e tentare l’avventura della casa. Quella cosa in cui perdersi, ritrovarsi, annoiarsi, in cui passare giorni e giorni davanti alla televisione, oppure trovare lo spunto per cose nuove. Dove portare il mio amore, amarla, litigarci, scazzarci, ritrovarci. Portare qualche amico e scrivere.
Non è più tempo di viaggiare senza meta, ostinatamente a cercare un senso di un vagabondaggio che ha il solo difetto di non essere casa.
La signora delle capre apre la porta, sposta la tenda, accende la luce e quando entro mi rendo conto di essere in una casa viva. Il frigo sulla sinistra subito dopo l’ingresso, il lavandino con le spugne. Sulla parete di sinistra la cucina con il forno, un armadio a mure e il caminetto. Un tavolo con cinque sedie, un vaso di fiori secchi con un centrino fatto a mano. Apro l’armadio a mure e dentro ordinatamente riposti trovo, piatti bicchieri, tazzine da caffè, pentole padelle e una vecchissima pentola a pressione degli anni sessanta con al centro un enorme pomello a vite per mettere in pressione la pentola. E poi un trita basilico a manovella, un passino per i pomodori pelati e lo schiaccia patate. Un bagno con la doccia, soffitti e travi in legno anneriti da fumo del camino.
Non trovo un filo di polvere in tutta la casa.
La signora è serena, come se sapesse già che questa diventerà la mia casa. Sembra lei stessa volermela dare.
Non vuole neppure un mese di cauzione, solo il mese corrente. Mi chiede se voglio il contratto perché a lei non interessa. Secondo lei sono una brava persona. Avevo bisogno che qualcuno me lo dicesse e adesso ne sono convinto.
Metto i soldi sul tavolo, li contiamo insieme e dopo averli presi mi racconta un poco della sua vita. Fatico a seguirla anche se non vorrei perdermi una sola parola dei suoi racconti, ma sono appena entrato in casa mia e vorrei solamente restare da solo.
Lei sembra cogliere qualcosa e si congeda come se fosse ospite di questa casa. Eccomi finalmente in una casa dopo tanti anni.