19 gennaio 2009

Terza Parte dal Diario di viaggio

Topor per bloSenza fissa dimora di successo

Per arrivare a Ferrara non ci ho messo molto, le gambe viaggiano quasi per conto loro, piuttosto è il freddo il vero problema, che mi costringe a viaggiare nelle ore centrali della giornata e arrivare con la luce sufficiente per montare la tenda.
La vecchia città è circondata da alte mura di cinta che facevano  probabilmente di Ferrara una città fortificata, ogni tanto si incontrano grossi cartelli con la storia del rudere di turno con date citazioni e una sintesi che alla fine non racconta nulla, esattamente come le sintesi scolastiche del compito in classe di storia in cui ovviamente io mi facevo beatamente i cazzi mie. “Allora Stefano cosa mi dici di Carlo Magno”?
“Magno, magno, professoressa”
Al povero insegnante di turno dopo l’ennesimo boicottaggio della lezione non restava altro che infliggermi la punizione della nota da far firmare ai genitori. Mamma ci mandava a scuola per non averci fra i coglioni mio padre leggeva solo Cronaca Nera di cui noi figli divoravamo la rubrica “ I misteri del sesso” e dunque con tutto questo trasporto per la cultura che si percepiva in casa ancor grazie che ogni tanto mi portassi i libri in classe. Mamma credo che avesse fatto la quarta elementare aveva una calligrafia rotonda e incerta come il giorno in cui abbandonò la scuola, tanto che le poche volte che noi figli non firmavamo il diario ma a farlo era lei, ci veniva contestata come falsa e così di comune accordo con mamma io e Alberto prendemmo la delega per le firme. La calligrafia di mamma era cosi infantile che imitarla era veramente difficile ma con un poco di esercizio alla fine ci si riusciva sempre. Ovviamente per essere credibile fu necessario portare quella firma ad un livello di istruzione un po più elevato, se non altro per evitare contestazioni per il futuro.
All’istituzione scolastica ad un certo punto rispondemmo con Catone da imballo e carta patinata, così per un certo periodo la nostra presenza sui banchi di scuola divenne pari alla nostra assenza
Seimila lire al quintale per il cartone comune e diecimila lire al quintale per la carta “bianca”: riviste patinate e carta da ufficio.
Nessun sindacato, nessun albo. Per raccogliere il catone all’epoca non era neppure richiesta un’età minima, bastava un carretto da traino,uno spirito da esploratori e poco entusiasmo per la scuola e per lo studio.
Quindici, quattordici e tredici anni,un carretto, un secchio per bagnare il cartone ed ecco fatta la ditta post puberale, preadolescenziale di raccoglitori di cartone. Stefano, Alberto e Donato.
I soliti straccioni del quartiere, pantaloncini corti, ginocchia sporche e magliette fuori taglia raccattate in parrocchia. Al passaggio del carretto sentivi urlare i fratelli Cirulli e suo cugino Enzo “ Ippoveri! Ippoveri”!
Io ero Manisporche per via del lavoretto che avevo trovato da un vecchio ciclista ubriacone, che la sera chiudeva baracca dall’interno per accucciarsi fra camere d’aria appese al soffitto, pezzi di Vespa Special, e latte di vernice Blu metallizzato che avevo rubato al carrozziere pochi isolati più in la.
Per dei ragazzini abituati a trasformare mollette da bucato in aeroplani semplicemente incrociandole, l’essere riusciti ed entrare in possesso di un carretto con ruote vere era una cosa straordinaria, vissuta con entusiasmo e spirito di avventura. A questo si aggiungeva quel minimo guadagno che riuscivamo ad ottene in Cartiera, e così mentre i nostri coetanei facevano i conti con le tabelline, l’algebra e la letteratura Italiana, noi come piccoli giostrai trapezzisti mettevamo a punto tecniche per entrare ed uscire rapidamente dai grandi bidoni.. Se annusavamo che in quel container avremmo potuto dirar su quindici o venti chili di riviste allora uno di noi entrava, un altro teneva il coperchio ed un altro ancora prendeva i pacchi da fuori e li poggiava sul carretto. Se invece sul fondo o a meta del bidone trovavamo solo un sacchetto bastava alzare il coperchi, bloccarlo fare un balzo e portare la pancia sul bordo, oscillare come una bilancia ed ad ogni immersione afferrare l’afferrabile. Vedere due gambettine uscire da un bidone era sempre uno spettacolo salvo poi cascarci dentro ed anche lì il divertimento era assicurato.
Tutto vissuto come un gioco che riesce anche a farti guadagnare, l’obbiettivo minimo era il quintale, tradotti erano l’equivalente di duemilalire a testa, un panino una bibita ed un caffè consumati in pochi minuti a fronte di circa quattro ore di lavoro. E la sensazione di essersi procurati da mangiare da soli ripagava di ogni pagella, sapendo bene che i tuoi compagni di classe stavano chini da giorni sul teorema di Pitagora e che tornato a scuola avrei dovuto difendermi con la solita faccia da schiaffi, quel sorriso strafottente di chi sa di poter svoltare da solo in barba ai programmi ministeriali.
La prima lezione di economia applicata ce la diede Antonio, un vecchio raccoglitore di cartone a cui una pressa aveva lasciato solo tre moncherini alla mano sinistra. Era migrato trent’anni prima dalla Sardegna per trovare lavoro alla Fiat e per qualche anno vi aveva lavorato e mantenuto la famiglia. Poi l’infortunio, la pensione di invalidità e la piccola attività di raccoglitore di cartone, che gli consentiva di mantenere la famiglia e persino dare una mano alla nipote, piccola e affascinante sbandatella con capelli rasati e tinti di rosso. L’alcol e l’eroina se la presero qualche anno dopo e ce la restituirono disfatta, difficile credere che un giorno l’avevamo desiderata, Alberto credo persino che la baciò. Poi anni dopo l’eroina e l’elcool prese anche Alberto ma il metadone lo tiene ben conservato da quindici anni. E come vedere la foto di tuffatore, a metà fra il trampolini e l’acqua, ma con molti denti in meno. Ma questa è un’altra storia.
Antonio la lezione di economia ce la diede suggerendoci un trucco per guadagnare meglio con il cartone. Ci suggerì di andare a raccogliere il cartone alla Crocietta, quartiere della zona residenziale ben nota per le puttane più belle e care di Torino e per i Trans che la notte toglievano il fiato e mettevano a dura prova l’eterosessualità dei maschi più maschi.
Il concetto di Antonio era semplice: "Quelli ricchi leggono di più e leggono le riviste "lucide" e quelle ve le pagano diecimila lire al quintale. Qui non troverete niente solo cartone e giornali da seimila lire al quintale e per farlo pesare di più dovete bagnarlo, ma se in cartiera se ne accorgono non ve lo fanno scaricare"
Scoprimmo che le cose andavano proprio come diceva il vecchio Antonio e un’altra cosa che avevamo compreso era che la letteratura italiana valeva come il Corriere dello sport: sessanta lire al chilo.
In questa città arrivammo nel 1977 abitavamo in due soffitte con un piccolo corridoio, una vero lusso rispetto al solaio in cui abitavamo sino a qualche anno  prima; un luogo angusto, sotto le nostre teste si vedevano tegole rosse e travi di Larice; il letto matrimoniale occupava gran parte della soffitta ed all’ora del pasto diventava la tavola per mangiare. Due seduti sul bordo del letto ed altri due sulle uniche sedie, completava l’arredamento un grosso armadio di legno scuro, vuoto perché dal Belgio scappammo con quello che portavamo indosso. In quella soffitta nessuno avrebbe mai pensato di andarci a vivere per cui non fu mai allestito un impianto elettrico per la luce, per mangiare, lavarsi e per l’uso del bagno scendevamo di un piano, il bagno era esterno e l’acqua la prendevamo da un rubinetto di servizio che nessuno usava da anni se non per lavare le scale. La mamma teneva la candela sulla sedia appoggiata allo specchio del mobilone, perché sosteneva che raddoppiava la luminosità, per noi era una sorta di miracolo essere riusciti a raddoppiare la candela, ancora oggi non sono convinto che la cosa funzionasse, ma quel trucco aumentò la fiducia già incondizionata per la mamma. Dal lucernario si poteva vedere la Mole  Antonelliana, il più alto monumento della città di Torino. La sera si illuminava come un grande albero di natale e con Alberto e Donato, i miei fratelli minori a cui facevo da padre, ci incantavamo come ragazzini davanti alla televisione
l passaggio alle nuove soffitte ci era stato annunciato da mamma il giorno prima, si trattava solamente di cambiare scala, ma a noi pareva di andare in gita. Le stanze ci apparivano luminosissime, eravamo passati dal lucernario a due finestre, la luce elettrica ed il lavandino di granito grigio, il bagno era sempre al piano di sotto ma con il tempo la mamma ci concesse di fare la pipì nel lavandino.
Mamma era un genio di povertà, due giorni dopo mi chiamò e mi disse che aveva trovato uno specchio, teneva il pettine in mano e si stirava i capelli, sorrideva come una giovinetta al suo primo appuntamento, io però non vedevo lo specchio. " Guarda bene Stefano ". Mi fece notare che se si metteva di fronte al muro con la lampadina alle spalle poteva controllare sull’ombra del muro se i capelli erano ordinati o meno, poi bastava ruotare la testa e controllare con la coda dell’occhio le parti laterali ed gioco era fatto, dietro normalmente la pettinavo io, ma questo avrei dovuto farlo anche con uno specchio vero.
In tutto questo non ho ancora trovato un posto per la notte, credo che dormirò lungo il muro di cinta,  il parco è tranquillo, quasi deserto se non per la presenza di un gruppetto di marocchini dall’aria alquanto losca. Uno di questo l’ho poi incontrato qualche ora dopo mentre mangiavo, passeggiava avanti e indietro come se volesse segnare il territorio, io di contro mi son messo comodo sulla panchina come se guardassi la televisione nel salotto di casa mia. Non capisco bene se sia qua per spacciare, allora mi alzo e lo avvicino, e lui “ Tutto bene fratello”? “E tu”?
Sono talmente tranquillo che questo sembra inquietarlo, in questo giardino non mi sento ospite dunque se incontro uno che marca il territorio mi viene da incazzarmi. Inoltre il  ritrovato rapporto con il mio corpo mi rassicura al punto tale da apparire come una sorta osso duro, uno che se decide di dormire all’aperto evidentemente sa il fatto suo e dunque da lasciare tranquillo. Le distanze sono presto ristabilite: lui è un Marocchino che spaccia e che da queste parti è meglio lasciare in pace, ed io sono fisicamente il doppio di lui e infinitamente più arrogante e padrone della situazione, dunque, meglio per lui andare altrove. E così in pochi minuti scompare lungo la passeggiate del giardini che porta fuori dalle mura.

Sono a Torino  da una settimana e Una delle  prime cose che ho fatto è stata quella di iscrivermi a Servas, un’associazione internazionale che promuove la pace attraverso l”accoglienza. Il concetto è semplice: se ti ospito a casa mia un domani sarà difficile che ti faccia la guerra. Non so se e quando avverrà una nuova guerra, ma l’ospitalità almeno in questa casa funziona in modo sorprendente. Sono entrato in questa casa una settimana fa per fare l’iscrizione pensando che mi sarebbe tornato utile utilizzare la rete dell’associazione per trovare un posto in cui fermarmi nei momenti più difficili, poi pochi minuti prima di uscire di casa rientra Silvia, coinquilina di Giuliana non che responsabile  per il Piemonte di Servas e che aveva appena ultimato la mia iscrizione.
Una breve presentazione a cui segue  l’invito a prendere un te. Racconto sommariamente del viaggio in bicicletta a cui seguono i racconti di viaggio di Silvia corredati da fotografie e aneddoti più o meno interessanti. Poi dopo tre ore finalmente un po di silenzio, penso che sia arrivato per me il momento di salutare ma Silvia rilancia con un invito a cena che accetto volentieri se non altro per comodità. Io che non amo fare l’ospite svuoto la pila di piatti che sembra languire nel lavello da almeno un paio di giorni, lavo l’insalata e in tutto questo cerco di mantenere la conversazione brillante, ma non troppo. Morale della favola alle dieci di sera sono nel salotto di una sua amica in ginocchio e senza scarpe a praticare il Buddismo in mezzo ad una quindicina di persone di cui sino a poche ore prima non sospettavo l’esistenza.
Ciclista bipolare alcolista e Buddista, a questo punto direi che non mi sono fatto mancare nulla.
L’accoglienza di questa casa coincide esattamente con la fame di relazioni di chi la abita, in questa settimana mi sono persino innamorato di un paio di loro amiche che frequentano spesso la casa. In effetti più che una casa questa sembra una comune metropolitana, nel portachiavi dell’ingresso ci sono quattro copie delle chiavi più una serie sparse per l’Europa e per il mondo, io ovviamente ho la mia copia da alcuni giorni. Chiavi chiavi, chiavi ovunque e tutte per aprire.
Silvia lavora in banca da tredici anni cosa che mai avrei sospettato se non altro per l’abbigliamento da contadina polacca a cui non rinuncia neppure sul lavoro. Spesso parte per la montagna e non di rado il lunedì si presenta direttamente in banca con lo zaino dove a stento l’uscire la riconosce. A sentir Silvia la situazione sul lavoro sta per esplodere, nonostante il Partime le assenze dal lavoro non si contano, senza parlare dei colleghi che ovviamente devono mettere le pezze alle sue improvvise e prolungate assenze e che la trattano a pezze in faccia. Da una parte sembra che faccia di tutto per farsi licenziare, dall’altra venti ore la settimana per novecento euro al mese sono anche un buon motivo per restare.
Giuliana fa bibliotecaria e le uniche cose che vorrebbe sono  di liberarsi della madre, avere un contratto a tempo indeterminato,  una casa e un fidanzato che le voglia bene sinceramente, se poi è anche bello tanto meglio.

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2 Risposte to “”

  1. anonimo Says:

    we stee sei grande.!!!!!!!!!!
    nikilcore!!

    dome (quello che era a avalon)

  2. Mazir Says:

    bello davvero, aspettiamo il libro cartaceo adesso!
    bravo Stefano
    Dario


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