28 gennaio 2009

Catania alla conquista del Web

Telestrada.it

Dopo la diffusione dei “giornali di strada”, redatti e venduti in strada dai Senza Dimora, si è aperta da qualche anno una nuova frontiera,il Web.
E’ sempre più diffusa la pubblicazione sul Web di Diari personali e collettivi in cui i “Barboni” raccontano le loro vite.  La maggiore accessibilità ad internt permette collegamenti in ogni momento della giornata e dunque è possibile collegarsi per raccogliere informazioni, leggere le mail, giocare, guardare film in streaming piuttosto che redigere un diario.
Una ricerca americana dice che i Senza Dimora americani prediligono il web per comunicare, i primi blog di Senza Dimora infatti sono americani e i lettori di questi blog sono migliaia.
A chi si chiedesse dove e come facciano le persone che vivono in strada ad acquisire le competenze minime necessarie per gestire una posta elettronica piuttosto che un Blog rispondocitando i dati della Caritas che ci dicono che da qualche anno nelle mense dei i poveri cominciano ad arrivare le fasce di popolazione più vulnerabili che pur avendo ancora una casa o un lavoro precario faticano a mettere  insieme il pranzo con la cena. E’ evidente che le competenze informatiche appartengono a questo momento della via e che una volta finiti in strada ce le si porti con se.
Tornando al tema della conquista del Web da parte dei senza dimora vorrei segnalare l’iniziativa della Caritas Diocesana di Catania che  ha aperto da poco un sito:  http://www.telestrada.it
Pur essendo un sito istituzionale si legge dal profilo di Telestrada che i redattori sono senza dimora della città di Catania, vi è anche una sezione video con una raccolta di materiale da loro prodotti ed altri raccolti sul Web. Il sito è ancora giovane ed auguro agli amici di Catania di conquistarsi uno spazio autorevole sul Web, divenuto terra di conquista anche da parte di Senza Dimora e di coloro che li raccontano.
Bruccoleri Stefano

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Teresa



Teresa a trent’anni, ama il Bianco. Sono bianche le pareti della sua casa, bianco il barboncino, bianca la vecchia Bianchina a tre porte ereditata dal padre con i capelli ormai bianchi. Anche il compagno di Teresa ha i capelli bianchi e questo le basta, non le serve avere o sapere null’altro del suo uomo e se le chiedessero di descriverlo probabilmente si limiterebbe a fare una accurata descrizione dei suoi splendidi capelli bianchi.

Dove sia cominciata la passione di Teresa per il bianco non è dato saperlo, aspetto persino oscuro all’analista, che Teresa a scelto basandosi sul tasso di bianchezza di costui, tale Dott. Bernardo Bianchi, dai capelli folti e brizzolati il quale ama indossare camice  dal collo alto, elegantemente fuori moda e rigorosamente bianche.
Teresa ama il bianco per la sua assolutezza: il bianco è bianco, non esiste il meno bianco. Il meno bianco non è bianco, è solo sporco. Così come non esiste il più bianco, se fosse più bianco vorrebbe dire che in qualche modo si avvicina ad un colore, dunque non è bianco.
Il bianco di Teresa è allo stesso tempo inizio e fine di ogni cosa.
Una bella donna di trentanni cresciuta serenamente, eccellente negli studi, una buona predisposizione per gli sport in genere, un lavoro gratificante, un conto in banca che le consente una vita agiata e non ultimo, una vita ricca di relazioni.
Nonostante tutto è triste, angosciata, insoddisfatta.
Non bastano il suo metro e settanta, un corpo a dir poco perfetto, la naturale ed aristocratica eleganza che fanno di Teresa una donna indubbiamente bella.
La pendola del salotto batte le due del pomeriggio e come ogni pomeriggio, Teresa si ferma, non importa cosa stia facendo, questa è l’ora del “Bianco a tutti i costi, costi quel che costi”!
Infila l’accappatoio, si versa una tazza di tè, spegne il cellulare e si dirige verso il bagno, chiude la porta alle spalle con due giri di chiave e si siede davanti allo specchio. Poi comincia a piangere. Lacrime liberatorie che con i minuti divengono rigagnoli di disperazione. Poi il silenzio. Un lungo silenzio che spesso l’accompagna sino a sera. Lo sguardo rivolto allo specchio, gli occhi impietosi che passano dalla  rabbia alla rassegnazione, a scrutare ossessivamente ogni singolo filo di capello.
Attende, attende pazientemente l’arrivo della vecchiaia in cui quei capelli sbiancati  le diano finalmente la compiutezza di sé.

22 gennaio 2009

Prendo in prestito dagli amici bolognesi di Asfalto questo Post, frutto di una breve collaborazione avvenuta l’estate scorsa

L’Omino dei bagni

 

A grande richiesta eccolo qua! Rimanendo in tema di BAGNI ho l’onore di pubblicare questo straordinario lavoro, che ha visto la collaborazione di Stefano Bruccoleri e Massimo Macchiavelli: il testo del nostro Stefano "Bici", come già era successo altre volte, è stato preso e interpretato da questo grande uomo di teatro e gigantesco amico che è Massimo, che ha lavorato questa volta anche al montaggio, alle musiche e agli effetti audio. E’ un progetto che risale ai mesi estivi dell’anno scorso; è rimasto nel cassetto fino ad ora solo perché avevamo in mente di montare questa elaborazione audio su un video. Fino ad ora non è stato possibile per vari motivi, comunque chissà: puo darsi che proprio l’ascolto collettivo di questo testo possa far nascere idee e collaborazioni nuove per costruire un piccolo corto.
E’ un testo che sporca i sensi e fa sentire la puzza delle vite underground, sotto il livello dell’asfalto. La voce di Massimo dona forza ad un testo già straripante di vita vissuta. E’ una voce che diventa un patrimonio, uno strumento, ma soprattutto è voce che conduce perché conosce.
Buon ascolto.

19 gennaio 2009

Terza Parte dal Diario di viaggio

Topor per bloSenza fissa dimora di successo

Per arrivare a Ferrara non ci ho messo molto, le gambe viaggiano quasi per conto loro, piuttosto è il freddo il vero problema, che mi costringe a viaggiare nelle ore centrali della giornata e arrivare con la luce sufficiente per montare la tenda.
La vecchia città è circondata da alte mura di cinta che facevano  probabilmente di Ferrara una città fortificata, ogni tanto si incontrano grossi cartelli con la storia del rudere di turno con date citazioni e una sintesi che alla fine non racconta nulla, esattamente come le sintesi scolastiche del compito in classe di storia in cui ovviamente io mi facevo beatamente i cazzi mie. “Allora Stefano cosa mi dici di Carlo Magno”?
“Magno, magno, professoressa”
Al povero insegnante di turno dopo l’ennesimo boicottaggio della lezione non restava altro che infliggermi la punizione della nota da far firmare ai genitori. Mamma ci mandava a scuola per non averci fra i coglioni mio padre leggeva solo Cronaca Nera di cui noi figli divoravamo la rubrica “ I misteri del sesso” e dunque con tutto questo trasporto per la cultura che si percepiva in casa ancor grazie che ogni tanto mi portassi i libri in classe. Mamma credo che avesse fatto la quarta elementare aveva una calligrafia rotonda e incerta come il giorno in cui abbandonò la scuola, tanto che le poche volte che noi figli non firmavamo il diario ma a farlo era lei, ci veniva contestata come falsa e così di comune accordo con mamma io e Alberto prendemmo la delega per le firme. La calligrafia di mamma era cosi infantile che imitarla era veramente difficile ma con un poco di esercizio alla fine ci si riusciva sempre. Ovviamente per essere credibile fu necessario portare quella firma ad un livello di istruzione un po più elevato, se non altro per evitare contestazioni per il futuro.
All’istituzione scolastica ad un certo punto rispondemmo con Catone da imballo e carta patinata, così per un certo periodo la nostra presenza sui banchi di scuola divenne pari alla nostra assenza
Seimila lire al quintale per il cartone comune e diecimila lire al quintale per la carta “bianca”: riviste patinate e carta da ufficio.
Nessun sindacato, nessun albo. Per raccogliere il catone all’epoca non era neppure richiesta un’età minima, bastava un carretto da traino,uno spirito da esploratori e poco entusiasmo per la scuola e per lo studio.
Quindici, quattordici e tredici anni,un carretto, un secchio per bagnare il cartone ed ecco fatta la ditta post puberale, preadolescenziale di raccoglitori di cartone. Stefano, Alberto e Donato.
I soliti straccioni del quartiere, pantaloncini corti, ginocchia sporche e magliette fuori taglia raccattate in parrocchia. Al passaggio del carretto sentivi urlare i fratelli Cirulli e suo cugino Enzo “ Ippoveri! Ippoveri”!
Io ero Manisporche per via del lavoretto che avevo trovato da un vecchio ciclista ubriacone, che la sera chiudeva baracca dall’interno per accucciarsi fra camere d’aria appese al soffitto, pezzi di Vespa Special, e latte di vernice Blu metallizzato che avevo rubato al carrozziere pochi isolati più in la.
Per dei ragazzini abituati a trasformare mollette da bucato in aeroplani semplicemente incrociandole, l’essere riusciti ed entrare in possesso di un carretto con ruote vere era una cosa straordinaria, vissuta con entusiasmo e spirito di avventura. A questo si aggiungeva quel minimo guadagno che riuscivamo ad ottene in Cartiera, e così mentre i nostri coetanei facevano i conti con le tabelline, l’algebra e la letteratura Italiana, noi come piccoli giostrai trapezzisti mettevamo a punto tecniche per entrare ed uscire rapidamente dai grandi bidoni.. Se annusavamo che in quel container avremmo potuto dirar su quindici o venti chili di riviste allora uno di noi entrava, un altro teneva il coperchio ed un altro ancora prendeva i pacchi da fuori e li poggiava sul carretto. Se invece sul fondo o a meta del bidone trovavamo solo un sacchetto bastava alzare il coperchi, bloccarlo fare un balzo e portare la pancia sul bordo, oscillare come una bilancia ed ad ogni immersione afferrare l’afferrabile. Vedere due gambettine uscire da un bidone era sempre uno spettacolo salvo poi cascarci dentro ed anche lì il divertimento era assicurato.
Tutto vissuto come un gioco che riesce anche a farti guadagnare, l’obbiettivo minimo era il quintale, tradotti erano l’equivalente di duemilalire a testa, un panino una bibita ed un caffè consumati in pochi minuti a fronte di circa quattro ore di lavoro. E la sensazione di essersi procurati da mangiare da soli ripagava di ogni pagella, sapendo bene che i tuoi compagni di classe stavano chini da giorni sul teorema di Pitagora e che tornato a scuola avrei dovuto difendermi con la solita faccia da schiaffi, quel sorriso strafottente di chi sa di poter svoltare da solo in barba ai programmi ministeriali.
La prima lezione di economia applicata ce la diede Antonio, un vecchio raccoglitore di cartone a cui una pressa aveva lasciato solo tre moncherini alla mano sinistra. Era migrato trent’anni prima dalla Sardegna per trovare lavoro alla Fiat e per qualche anno vi aveva lavorato e mantenuto la famiglia. Poi l’infortunio, la pensione di invalidità e la piccola attività di raccoglitore di cartone, che gli consentiva di mantenere la famiglia e persino dare una mano alla nipote, piccola e affascinante sbandatella con capelli rasati e tinti di rosso. L’alcol e l’eroina se la presero qualche anno dopo e ce la restituirono disfatta, difficile credere che un giorno l’avevamo desiderata, Alberto credo persino che la baciò. Poi anni dopo l’eroina e l’elcool prese anche Alberto ma il metadone lo tiene ben conservato da quindici anni. E come vedere la foto di tuffatore, a metà fra il trampolini e l’acqua, ma con molti denti in meno. Ma questa è un’altra storia.
Antonio la lezione di economia ce la diede suggerendoci un trucco per guadagnare meglio con il cartone. Ci suggerì di andare a raccogliere il cartone alla Crocietta, quartiere della zona residenziale ben nota per le puttane più belle e care di Torino e per i Trans che la notte toglievano il fiato e mettevano a dura prova l’eterosessualità dei maschi più maschi.
Il concetto di Antonio era semplice: "Quelli ricchi leggono di più e leggono le riviste "lucide" e quelle ve le pagano diecimila lire al quintale. Qui non troverete niente solo cartone e giornali da seimila lire al quintale e per farlo pesare di più dovete bagnarlo, ma se in cartiera se ne accorgono non ve lo fanno scaricare"
Scoprimmo che le cose andavano proprio come diceva il vecchio Antonio e un’altra cosa che avevamo compreso era che la letteratura italiana valeva come il Corriere dello sport: sessanta lire al chilo.
In questa città arrivammo nel 1977 abitavamo in due soffitte con un piccolo corridoio, una vero lusso rispetto al solaio in cui abitavamo sino a qualche anno  prima; un luogo angusto, sotto le nostre teste si vedevano tegole rosse e travi di Larice; il letto matrimoniale occupava gran parte della soffitta ed all’ora del pasto diventava la tavola per mangiare. Due seduti sul bordo del letto ed altri due sulle uniche sedie, completava l’arredamento un grosso armadio di legno scuro, vuoto perché dal Belgio scappammo con quello che portavamo indosso. In quella soffitta nessuno avrebbe mai pensato di andarci a vivere per cui non fu mai allestito un impianto elettrico per la luce, per mangiare, lavarsi e per l’uso del bagno scendevamo di un piano, il bagno era esterno e l’acqua la prendevamo da un rubinetto di servizio che nessuno usava da anni se non per lavare le scale. La mamma teneva la candela sulla sedia appoggiata allo specchio del mobilone, perché sosteneva che raddoppiava la luminosità, per noi era una sorta di miracolo essere riusciti a raddoppiare la candela, ancora oggi non sono convinto che la cosa funzionasse, ma quel trucco aumentò la fiducia già incondizionata per la mamma. Dal lucernario si poteva vedere la Mole  Antonelliana, il più alto monumento della città di Torino. La sera si illuminava come un grande albero di natale e con Alberto e Donato, i miei fratelli minori a cui facevo da padre, ci incantavamo come ragazzini davanti alla televisione
l passaggio alle nuove soffitte ci era stato annunciato da mamma il giorno prima, si trattava solamente di cambiare scala, ma a noi pareva di andare in gita. Le stanze ci apparivano luminosissime, eravamo passati dal lucernario a due finestre, la luce elettrica ed il lavandino di granito grigio, il bagno era sempre al piano di sotto ma con il tempo la mamma ci concesse di fare la pipì nel lavandino.
Mamma era un genio di povertà, due giorni dopo mi chiamò e mi disse che aveva trovato uno specchio, teneva il pettine in mano e si stirava i capelli, sorrideva come una giovinetta al suo primo appuntamento, io però non vedevo lo specchio. " Guarda bene Stefano ". Mi fece notare che se si metteva di fronte al muro con la lampadina alle spalle poteva controllare sull’ombra del muro se i capelli erano ordinati o meno, poi bastava ruotare la testa e controllare con la coda dell’occhio le parti laterali ed gioco era fatto, dietro normalmente la pettinavo io, ma questo avrei dovuto farlo anche con uno specchio vero.
In tutto questo non ho ancora trovato un posto per la notte, credo che dormirò lungo il muro di cinta,  il parco è tranquillo, quasi deserto se non per la presenza di un gruppetto di marocchini dall’aria alquanto losca. Uno di questo l’ho poi incontrato qualche ora dopo mentre mangiavo, passeggiava avanti e indietro come se volesse segnare il territorio, io di contro mi son messo comodo sulla panchina come se guardassi la televisione nel salotto di casa mia. Non capisco bene se sia qua per spacciare, allora mi alzo e lo avvicino, e lui “ Tutto bene fratello”? “E tu”?
Sono talmente tranquillo che questo sembra inquietarlo, in questo giardino non mi sento ospite dunque se incontro uno che marca il territorio mi viene da incazzarmi. Inoltre il  ritrovato rapporto con il mio corpo mi rassicura al punto tale da apparire come una sorta osso duro, uno che se decide di dormire all’aperto evidentemente sa il fatto suo e dunque da lasciare tranquillo. Le distanze sono presto ristabilite: lui è un Marocchino che spaccia e che da queste parti è meglio lasciare in pace, ed io sono fisicamente il doppio di lui e infinitamente più arrogante e padrone della situazione, dunque, meglio per lui andare altrove. E così in pochi minuti scompare lungo la passeggiate del giardini che porta fuori dalle mura.

Sono a Torino  da una settimana e Una delle  prime cose che ho fatto è stata quella di iscrivermi a Servas, un’associazione internazionale che promuove la pace attraverso l”accoglienza. Il concetto è semplice: se ti ospito a casa mia un domani sarà difficile che ti faccia la guerra. Non so se e quando avverrà una nuova guerra, ma l’ospitalità almeno in questa casa funziona in modo sorprendente. Sono entrato in questa casa una settimana fa per fare l’iscrizione pensando che mi sarebbe tornato utile utilizzare la rete dell’associazione per trovare un posto in cui fermarmi nei momenti più difficili, poi pochi minuti prima di uscire di casa rientra Silvia, coinquilina di Giuliana non che responsabile  per il Piemonte di Servas e che aveva appena ultimato la mia iscrizione.
Una breve presentazione a cui segue  l’invito a prendere un te. Racconto sommariamente del viaggio in bicicletta a cui seguono i racconti di viaggio di Silvia corredati da fotografie e aneddoti più o meno interessanti. Poi dopo tre ore finalmente un po di silenzio, penso che sia arrivato per me il momento di salutare ma Silvia rilancia con un invito a cena che accetto volentieri se non altro per comodità. Io che non amo fare l’ospite svuoto la pila di piatti che sembra languire nel lavello da almeno un paio di giorni, lavo l’insalata e in tutto questo cerco di mantenere la conversazione brillante, ma non troppo. Morale della favola alle dieci di sera sono nel salotto di una sua amica in ginocchio e senza scarpe a praticare il Buddismo in mezzo ad una quindicina di persone di cui sino a poche ore prima non sospettavo l’esistenza.
Ciclista bipolare alcolista e Buddista, a questo punto direi che non mi sono fatto mancare nulla.
L’accoglienza di questa casa coincide esattamente con la fame di relazioni di chi la abita, in questa settimana mi sono persino innamorato di un paio di loro amiche che frequentano spesso la casa. In effetti più che una casa questa sembra una comune metropolitana, nel portachiavi dell’ingresso ci sono quattro copie delle chiavi più una serie sparse per l’Europa e per il mondo, io ovviamente ho la mia copia da alcuni giorni. Chiavi chiavi, chiavi ovunque e tutte per aprire.
Silvia lavora in banca da tredici anni cosa che mai avrei sospettato se non altro per l’abbigliamento da contadina polacca a cui non rinuncia neppure sul lavoro. Spesso parte per la montagna e non di rado il lunedì si presenta direttamente in banca con lo zaino dove a stento l’uscire la riconosce. A sentir Silvia la situazione sul lavoro sta per esplodere, nonostante il Partime le assenze dal lavoro non si contano, senza parlare dei colleghi che ovviamente devono mettere le pezze alle sue improvvise e prolungate assenze e che la trattano a pezze in faccia. Da una parte sembra che faccia di tutto per farsi licenziare, dall’altra venti ore la settimana per novecento euro al mese sono anche un buon motivo per restare.
Giuliana fa bibliotecaria e le uniche cose che vorrebbe sono  di liberarsi della madre, avere un contratto a tempo indeterminato,  una casa e un fidanzato che le voglia bene sinceramente, se poi è anche bello tanto meglio.

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14 gennaio 2009

scarpe piediSeconda Parte

Dal diario di viaggio Senza fissa dimora di successo

                                                                       Bologna inverno 2005

A questo punto devo trovare un posto per la notte, anche se qualcosa  su come trovare un posto in cui dormire l’ho imparata, questa della ricerca di un luogo tranquillo tutti i santi giorni resta una scocciatura. Dormire in città non se ne parla neppure, devo puntare sulla periferia: un paesino,un borgo o uno spazio pubblico all’aperto. Per stare sereno devo cercare un luogo “non ideale” per montare la tenda, li ci trovo sempre qualcuno più sfigato di me, che si fa rassicurare da quegli elementi che si avvicinano in qualche modo ad una casa: una tettoia, un parcheggio illuminato, il muro di cinta di una casa abbandonata,e se non sono sfigati sono giovinetti del paese vicino che vengono a farsi le seghe e fumare, senza parlare della criminalità che utilizza le case abbandonate per occultare refurtiva e chissà quant’altro. A Torino mi  ero svegliato in una cascina abbandonata, ci ero arrivato col buio e al mattino mi sono reso conto che il muro a fianco era crivellato di copi di arma da fuoco. Dormire in un poligono di tiro clandestino non è certo un bel modo di cominciare un viaggio, dunque la strategia che mi sono dato è quella di cercare riparo in quelli che definirei “Non luoghi”, posti non propriamente rassicuranti, anonimi, di scarso interesse, tipo la cabina dell’alta tensione dell’Enel in cui nessuno si è curato neppure di chiudere la porta, un bosco incolto o un prato di rovi o con piccoli arbusti selvatici, che possano ripararmi dalla vista dei passanti.
Questa notte ho dormito a Tavernelle nella periferia Bolognese in una vigna, tutto torna e il mio cartone di Tavernello si colloca perfettamente in questa cornice. Pochi minuti per montare la tenda, smonto le borse dalla bici le butto dentro e per prima cosa accendo la radio, il mio aggancio con il mondo. Radio parlata come Radio Radica e Radio 24. Non so cosa sia peggio non avere il vino o la radio, la solitudine e ancor di più il senso di isolamento dal resto del mondo possono essere una punizione. Ho le mie frequenze preferite: Fiorello e Baldini intorno a mezzogiorno con replica elle ventidue, gli approfondimenti sulla politica italiana di Radio Radicale, i radiogiornali di Radio 24 per poi finire occasionalmente su Radio  Maria e Radio Vaticana
E poi arriva la notte, buia, fredda, di un silenzio fitto di rumori, ci ho messo qualche giorno a rendermi conto che il silenzio non esiste; ieri notte sono rimasto immobile nel sacco a pelo nel tentativo di dare forma ad un rumore che mi arrivava da dietro la testa, foglie di castagno secche che venivano spostate con cautela. Sono rimasto immobile con il fiato sospeso,poi quando il rumore delle foglie si è fatto più intenso sono uscito dal sacco a pelo per affrontare la situazione. Infilo gli occhiali ma dietro di me non c’è nessuno, allora cerco di calmarmi. Riecco quel fruscio di foglie, arriva dal basso, mi avvicino al suolo e poi aspetto. Il rumore è sempre più netto, prendo un bastone e sposto delicatamente le foglie per arrivare esattamente sul punto da cui arriva il rumore, mi avvicino punto la torcia e accovacciato in una foglia trovo un bruco peloso lungo come il tappo di una biro.”Merda”! Tre quarti d’ora di paura per un bruco impellicciato. Tento di rimettermi a dormire ma ad un certo punto ecco un altro rumore carico di paura. Resto immobile, il rumore è regolare come dei passi, questa volta c’è  davvero qualcuno, mi concentro per localizzare l’origine dei passi e dopo alcuni minuti mi rendo conto che quel rumore è prodotto dallo strofinamento della mia barba sul sacco a pelo. No non posso vivere così, devo fa pace con la paura altrimenti divento scemo. Questo è un mondo di rumori nuovi, non ci sono pareti e soffitti in questa dimensione notturna in cui il silenzio amplifica rumori mai neppure percepiti prima, ed allora la barba che strofina sul sacco a pelo si trasforma in passi pesanti in cui il bruco diventa un predatore notturno.
A Torino quando stavo in strada con Alberto entrambi si dormiva con il coltello piantato in terra vicino al sacco a pelo. Le aggressioni in un parco pubblico sono la norma, soprattutto fra disgraziati, anche solo per rubarti una coperta o per contendersi lo spazio che ognuno ritiene suo dopo il secondo giorno di permanenza. Andare a dormire con la paura è quanto di più rognoso ti possa capitare quando stai in strada, il cibo ed un posto caldo lo trovi sempre soprattutto in città, di contro  dormirci è pericoloso. Quelli che vivono la strada da anni se possono si rifugiano in periferia,qualcuno occupa una casa abbandonata, una cascina o una vecchia fabbrica o si organizza a modino per passare da un dormitorio all’altro non restando neppure una notte in strada. Quelli invece che affrontano la sorte dormendo ovunque sono gli ultimi dei disgraziati, persone con problemi psichiatri,alcool e che probabilmente anche da integrati avevano pochi strumenti per vivere decentemente. A me dava serenità Zora, che di fatto rappresentava la mia garanzia. Questa cosa la sanno bene i Pankkabbestia che dei cani fanno la loro assicurazione sulla vita.
Normalmente il Barbone bruciato nella notte è  uno sfigato solitario, buttato in terra o sulla solita panchina e a bruciarlo il solito drappello di ragazzi di buona famiglia che hanno finito la Coca, discreti negli studi e timidi con le donne. 
Quando hai in mente queste immagini è davvero difficile prendere sonno, spesso prendo sonno per sfinimento solo al mattino quando le prime luci del giorno  riescono a rassicurarmi.

In questi giorni ho fatto tappa alla redazione del giornale. Non ci posso credere ma questi stanno con le pezze in faccia e al culo come mai avrei immaginato. La redazione è situata sotto il ponte di via Libia, ma che dico sotto, dentro il ponte e per un giornale di strada non si poteva immaginare un posto migliore.
Il cortile è immenso credo fosse il deposito dei mezzi pubblici di Bologna, al centro troneggiano le ceneri del capannone andato a fuoco l”anno scorso in cui si era allestito un fiorente mercatino dell’usato voluto e messo in piedi da un certo Massimo Zaccarelli che seppur morto improvvisamente, in questo luogo resta presente come nessun altro.
In redazione appeso al muro c’è un numero speciale della Pulce dedicato a lui: un ragazzone robusto con la barba e due occhi che faticano a trovarmi indifferente. Occhi pieni di entusiasmo determinazione, saggezza elementare che sa essere profonda, occhi sorridenti e lucidi da battagliero metropolitano, in un corpo pesante di storia che in quegli occhi trova leggerezza e restituisce speranza.
Non c’è giorno in cui qualcuno non parli di lui, e se non lo fanno le persone lo fanno gli oggetti, la cenere del capannone bruciato in cui restano adagiati oggetti affumicati quasi attendessero che il suo fondatore venga ad organizzare lo sgombero e la ricostruzione. Oppure una sorta di disperato augurio di queste persone che lo hanno amato e che in cuor loro attendono che sia Massimo a rimettere le cose a posto.
E  così l’attesa si è lasciata dietro un anno di ricordi e speranze e un’immobilità che sembra seppellire definitivamente quest’uomo dagli occhi gentili.
Sotto il ponte invece l’attività del giornale prosegue incessantemente, ieri ho partecipato alla riunione di redazione presenziata da Massimiliano, e da bravi giornalisti barboni quale miglior cornice del cortile? Qualche lavandino, una lavatrice, pezzi di bicicletta e qualche metro sopra il brusio gommoso delle automobili che percorrono il ponte, e poi la ferrovia, ma quella dopo poco te la dimentichi. Fare una riunione di redazione in queste condizioni sembra quasi voler sfidare ogni regola o ordine sull’organizzazione del lavoro,  gente  che  continuamente attraversa il cerchio per entrare nel giornale a fare due chiacchiere più o meno inutili e che poi quando esce si aggancia al nostro cerchio per lasciare  commenti, pezzi di giornata vissuta in strada , al dormitorio o a litigare col controllore del Bus che voleva fargli la multa piuttosto che di quella puttana dell’assistente sociale che vuole toglierti l’assegno mensile. Poi uno dei più vecchi barboni comincia ad animarsi ed a gridare alla rivoluzione, al fatto che questi politici andrebbero presi per la cravatta ed appesi per le palle in piazza Maggiore per ricordagli che i barboni qui sono determina,ma la rivoluzione di Antonio è trattenuta dal tappo della birra che tiene in mano, e quando toglierà il tappo gli resterà meno di un litro di ebrezza per affondare la rivoluzione. Tenere il filo della riunione ,almeno per me è faticoso, nessun moderatore e tutti accoglienti rispetto a quello che accade, ma qui nessuno sembra preoccuparsi perché tanto in un modo o nell’altro il giornale uscirà, magari  con una decina di giorni di ritardo, ma tanto chi vuoi che se ne accorga?
A me tocca di approfittare dell’ospitalità di questo cortile in cui la sera alla chiusura del giornale mi intrufolo  da sotto il cancello per andare a dormire sotto una tettoia dietro il capannone dei Bus. Non ho chiesto il permesso, ma ho la sensazione che nessuno abbia voglia  di prendersi la responsabilità di mandarmi via ed allora quando al mattino  mi presento in redazione tutti fingono di non sapere della mia presenza clandestina. “ Dove sei stato, sei sicuro di non volere andare in dormitorio? Ma non hai freddo? Non vorremmo che ti ammalassi” E carinerie che se non altro mi permettono di dormire in un luogo tranquillo.
scantinato carracciMassimiliano sembra armato e determinato a scuotere le coscienze più misere della parte più misera di questa città e organizza un giro allo Zaccarelli, un dormitorio pubblico intitolato a quel ragazzone dagli occhi gentili.
In questo pellegrinaggio la mia identità subisce per l’ennesima volta  un mutamento. Dovrei essere un barbone pedalatore ma oggi sono l’assistente di Massimiano, con lui Caterina e l’aspirante assistente sociale con la ferramenta sul viso.
Un dormitorio pubblico non è un Casting per aspiranti Grandifrattellisti o  IsolaDeiFamosiDipendentiCadodici, qui gli ospiti si rompono il cazzo con un quotidiano che si fatica a digerire  e l’accoglienza  subisce di tutto questo e quando arriviamo a scuotere le coscienze il loro Cazzo si è già dissolto, per qualcuno sopito dell’alcool e nelle polveri impalpabili di sostanze che medicano vite dal sapone del nulla.
L’idea di Massimiliano è di raccogliere le storie per il progetto Redazione di strada in cui siano le persone di strada a tornare a scrivere sul giornale. E ‘ qualche anno che i senza dimora non frequentano il giornale e farli scrivere diventa sempre più difficile, così se loro non vengono al giornale è il giornale ad andare da  loro.
Il nostro entusiasmo sembra essere contagioso e dopo poco gli ospiti cominciano a raccontarsi. E’ bello trovare qualcuno che trova interessante la tua vita e mentre il registratore parte e le nostre macchine fotografiche sparano flash su  questi visi segnati, ci rendiamo conto di essere diventati l’evento della serata. Tutti quelli che riusciamo ad agganciare hanno voglia di raccontare qualcosa della propria vita, qualcuno tira fuori una poesia e le foto della vita precedente fatta di lavoro casa e famiglia, della disfatta che li ha portati in strada parlano meno volentieri se non quelli che in qualche modo hanno fatto pace ed elaborato l’ultimo tratto della   propria vita.
Quello che viene fuori sono una serie di racconti che si fatica ad ascoltare, rendersi conto che quelle storie appartengono al tuo mondo, che sono avvenute a pochi passi dalla tua normalità senza che tu ne abbia avuta percezione, mi fa dire che siamo tutti normali fino a quando non diventiamo barboni. Io di mio ci sono già passato e tutt’ora  ci sto dentro eppure resto ancora incredulo davanti a certe storie, che sono certo di non voler accoglie oltre al momento di questa serata.
Profilo blogHo voglia di Tornare per qualche giorno a Torino, sono qui da un paio di settimane e qualcosa mi dice che devo muovermi, un po mi sento stretto e un po ho bisogno della mia bicicletta, di farmi il caffè in tenda, vedermi scorrere il paesaggio dietro. C’è uno strano sollievo nel vedere continuamente case, alberi e umanità che ti passano a canto per qualche secondo, scoprire all’improvviso un nuovo cartello col nome di un paesino  gemellato un altra parte del mondo, è come sentirsi in due luoghi contemporaneamente. Campanili,fabbriche, pezzi di bosco, mamme col passeggiano  e volerne sempre di più, sempre diversi e nuovi. E ritrovo la leggerezza di stare in tutti i luoghi e in nessuno. Il tempo di una sigaretta e una birra e non appena la pancia da segnali di inquietudine via sulla bicicletta a farmi scorrere il tempo sul viso. Questa inquietudine che si placa dopo il decimo chilometro e quasi svanisce dopo sessanta, ottanta, cento chilometri.
Bella la mia bicicletta.