RESISTENZA UMANA E ARTE PROGETTUALE

25 giugno 2008

scarpe piedi

Nell’arte moderna contemporanea esiste una forma d’arte alquanto sconosciuta e bizzarra: l’arte progettuale.

L’opera d’arte consiste nel progettare un oggetto o un progetto, che potrebbe essere un cucchiaio da gelato o una torre di fiammiferi da cucina,o un’associazione di pettinatori di Ricci l’oggetto è ininfluente.

l’opera d’arte consiste proprio nella progettazione, partendo dal disegno, alla scelta dei materiali,alle tecniche di costruzione o di assemblaggio nel caso di una torre di fiammiferi. E quando infine dal progetto potrebbe passare alla fase operativa l’artista archivia il suo lavoro perché l’opera d’arte a questo punto è terminata.

Il progetto è l’oggetto artistico.

Che cosa centra la resistenza umana con l’arte progettuale è il tema che affronterò nelle prossime righe. Partiamo dalla mia annosa condizione di senza fissa dimora, che fra una breve stanzialità e l’altra, in un clima complessivo di incertezza e discontinuità, mi vede impegnato in una lotta contro la disperazione e la follia. Lotta tuttora in atto ma che conduco con buon vantaggio rispetto al mio avversario.

Ed è proprio in questo scenario che si inserisce l’arte progettuale, quella che si potrebbe definire un’attività, superflua, fittizia, dannatamente creativa ed al tempo stesso di un valore artistico e curativo di eccellente valore.

Arrivo velocemente al punto.

Come pensate che ci si possa sottrarre allo sconforto ed alla follia in una vita traballante in cui la costante è l’incertezza e la volatilità emotiva ed affettiva?

Come trascorrere le lunghe giornate estive, fatte di caldo, non luoghi, internet, radio,qualche chilometro in bicicletta, lunghe malinconie serali imbrigliate in una ferrea determinazione a non cederle che il minimo sindacale del mio malumore. Come non cadere nel non senso assoluto che come un avvoltoio attende solo che tu ti lascia andare alla disperazione?

Progettando, tenendo il cervello impegnato in progetti che non vedranno mai la luce,ma che nella loro compilazione richiedono attenzione, cura, competenza, presenza e non ultima sobrietà.

In questi anni ho lavorato a lungo su questo terreno. Ho progettato viaggi in bicicletta, in autocarro, a piedi in carovana e tutti curati sin nei più piccoli particolari.

L’ultimo, ed è la ragione di tutte queste righe, riguarda un progetto a cui lavora da anni,abbozzato e poi ripreso più volte successivamente, si tratta di un sindacato di senza fissa dimora.

Un’associazione vera e propria: L’associazione sindacale A.U.A.P , “Attenda Un Attimo Prego”.

Una sorta di colonna sonora del senza fissa dimora che parte come un disco incantato ogni volta che ci si avvicini agli enti assistenziali pubblici.

Senza entrare troppo nei particolari tecnico burocratici, provate ad immaginare il dialogo fra un servizio sociale pubblico ed il suo utente senza dimora:

“Allora signor Ugo, mi dica che cosa c’è che non va? Sempre a lamentarci eh..E con il sert come va? Come va su mi dica!

Trovato lavoro sig Ugo”

“No dottoressa ora sono nel sindacato, faccio il sindacalista nel sindacato dei senza fissa dimora,

l’ A.U.A.P”

Provate ad immaginare la reazione della dottoressa che sino a ieri doveva succhiarsi i malanni di un fagotto da dormitorio,spettinato e maleodorante e che improvvisamente si trova di fronte un soggetto politico vero e proprio, con magari una versione tascabile della costituzione italiana che gli spunta dalla tasca,o una cartellina zeppa di documenti e copie dello statuto?

Ecco come si sopravvive al nulla cosmico dei non luoghi, restando vivi e di umore ragionevolmente sereno

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Una Risposta to “RESISTENZA UMANA E ARTE PROGETTUALE”

  1. balza73 Says:

    Premesso che ATTENDA UN ATTIMO PREGO è geniale. Ti metto qui la risposta che ho scritto a matita sul treno, viaggiando verso Milano.

    L’arte progettuale può essere una buona risposta, diciamo positiva, alla mia teoria (o approccio) di coltivazione quotidiana dei risvegli, che spesso va verso una gestione professionale dei percorsi fallimentari. Una specie di sociologia dei fallimenti. Da tempo accetto di lavorare gomito a gomito col fdallimento e/o comunque su progetti che sono quasi sempre destinati a fallire: in via del Porto come a Coop La Strada del resto.
    Tutto questo richiede un grande sforzo e un grande dispendio di energie e so che sai capire questo. Figurati che quando mi capita di guardare le vecchie cose di PG, oltre ad un bel ricordo, mi sale un senso di stanchezza che non avevo mentre le facevo. E’ come se mi rendessi conto solo a distanza delle energie spese …e a volte precate.
    Credo che gran parte della fatica sia data dal fatto che nei progetti che intraprendo alla fine ci DEVO credere veramente: perchè ho capito che se almeno TU non ci credi veramente la magia non si avvera e le persone non ti seguono. Questo vale per tutti credo: da San Francesco a Berlusconi (al di la della malafede). Se penso che quel progetto potrebbe non essere realizzato allora non riesco a metterci la giusta energia. In questo modo (nel mio) sicuramente sono molto più esposto alle frustrazioni e alla fatica che occorre per sostenerle e sopportarle.
    Poi mettici che gli anni si accumulano, la realtà incalza, la politica sociale di questo paese si sta disintegrando (o comunque mutando) e la stanchezza dunque aumenta. Allora il rischio qual’è? Che io smetta di progettare, di accettare sfide impossibili e smetta di misurarmi con ostacoli grandi. Penso di dover preservare le mie energie (già Mauro ha tentato di mettermi in guardia rispetto a questo) e quindi sto cercando di calibrare con attenzione le scelte e i progetti sulla base di una fattibilità per lo meno plausibile. Devo dire che l’ultima vicenda del gruppo musicale Asfalto e tutto quello che ci è andato dietro mi ha segnato abbastanza in questo senso.
    Si parlava di problemi ed ostacoli. Ostacoli che, come ti accennavo oggi meglio a voce, non arrivano sempre dai servizi brutti e cattivi, ma anche dalle persone, dagli utenti… è un discorso complesso che continueremo sicuramente e anche per questo mi fa piacere che sei qui: non saprei a chi altro scriverle queste cose (a parte Mauro o Claudia forse). Sei qui anche per capire e vedere, magari in modo diverso da me: ma io ci ho voluto sbattere il muso e ancora non ho finito.
    Un sindacato per i SD dunque… quindi un piccolo gruppo di persone efficenti, informate, sobrie, con capacità di ascolto e relazionali… bello, ma questo è un bel progetto o un bel sogno? Scusa, non è certo mia intenzione smontarti un’idea, si è capito. Figurati io che faccio creare un caso nazionale da uno che va a fare la doccia a Imola… o cose del genere.
    Abito le zone grigie da tempo e mi rendo conto che sono zone sempre più estese e dai contorni sempre più sfumati.
    Alle volte, soprattutto quando sono stanco (come oggi per esempio), penso che dovremmo piuttosto ragionare di più sui concetti di CRONICITA’ e DIVERSITA’, che non su parole come recupero, mutamento, ecc. Dovremmo saper vivere forse il più serenamente possibile i territori di confine, piuttosto che ostinarci ad entrare in un centro che è respingente ed impenetrabile.
    E’ da un po’ che mi gira in testa questa frase: quando qualcuno decide (inconsciamente o no) di venire a morire qui… che senso ha cercare di convincerlo che invece dovrebbe pensare di non morire? O magari ancora di più: che dovrebbe vivere? Ma questa è quasi un epica…enorme e lontana.
    Molte volte ho trovato un senso anche profondo nel mio lavoro nell’aver regalato qualche ottimo mese di vita alle persone che sono passate di qui e magari non ci sono più. Ho avuto spesso riscontri reali in tal senso e in effetti mi sono convinto e ci ho trovato un senso.
    Ho scritto queste cose ieri sì… poi oggi torno qui… ed è stato accoltellato uno straniero (gentilissimo con me e che mi conosceva per nome), accoltellato da uno che è una bestia, però è stato accolto qui anni fa, prima ancora era frequentatore di piazza grande…. Boh? non so che dire.
    Sono cose dure sì, però mi sento che stanno portando la mia coscienza da qualche parte. E potrebbero venire fuori anche delle buone cose, in fondo.


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