Il paracadute Meccanico

21 giugno 2008

Profilo blogIl Paracadute meccanico

…é la mia non più giovanissima Freis,una vecchia bicicletta da corsa che nei mercatini del’usato è possibile trovare a poco più dieci euro.
Con una compagnia così è difficile sentirsi smarriti, il massimo dello splendore la raggiunge quando le aggancio le borse da viaggio sui portapacchi, una posteriore da sessanta litri e due anteriori da venticinque litri l’una, in più uno zaino da settantacinque litri per le emergenze:spostamenti in cui la bicicletta sarebbe d’ingombro, una gita o un appuntamento d’amore. Un peso che varia da centoventi chili a centoquaranta chili di meccanica obsoleta, passione, amore e determinazione  lanciati in discesa a quaranta chilometri all’ora in cui una distrazione o una buca non anticipata potrebbero mandarti al creatore o lasciarti inchiodato per sempre su un divanetto a due ruote.
E’ un po come lanciarsi in discesa con un vecchio Guzzi senza il motore.
In curva non si scherza.
Centoventi trenta quaranta chili dopo pochi metri  cominciano a vivere di vita propria e se non stai attento ti portano dove vogliono loro: curve larghe e “dritti” rovinosi. Per fotterti basta poco meno di attimo.
Paura? Sempre!
La paura, e il controllo assoluto del mezzo possono regalarti momenti di adrenalinica ebrezza che ti avvicina al senso di onnipotenza.
“Cazzo questa cosa la so fare proprio bene”!
E poi vai oltre, sempre un pochino oltre; al culo della  corriera,( in scia per evitare l’attrito del vento) il sedere in fondo alla sella, torace ripiegato in avanti parallelo alla strada con l’ombelico appoggiato sulla punta del sellino e il naso quasi appoggiato alla pipetta del manubrio,posizione aerodinamica da virtuoso discesista. Trenta quaranta cinquanta sessanta e ottanta chilometri all’ora, sempre al culo della  corriera. Mi allargo per imboccare la curva, una frenata decisa a chiudere verso sinistra, lui tiene la corsia di destra.
Il primo è già volato,due, tre, quattro secondi. Infilo il passo lungo del cambio 53/14. ”Cazzo Stefano non lo fare è una cazzata! Esci!
Sono vicino al passa ruote anteriore della corriera, non resisto alla tentazione di infilargli la mano dentro per farmi scorrere la ruota sui polpastrelli delle dita con il ghigno di chi accarezza la testa ad un bambino, e poi via. Uno, due tre quattro secondi e gli sono davanti.
Bippppppp!!!!!!
“ Fanculo te è il tuo trattore”
Un sorpasso da “ Anonima Ciclisti “, la parte insana e goliardica che sopravvive in ogni vero cicloturista che un tempo sognava le competizioni e una carriera da professionista. Credo non sia tanto diverso dal buttarsi col paracadute da un aeroplano, ma dato che ho le vertigini  mi toccano i culi delle corriere e quello delle utilitarie variamente accessoriate.
Del mio paracadute meccanico ho voluto conoscere tutto, ogni singola sfera, dal movimento centrale, alla forcella, ai mozzi e persino le rotelle del cambio.
Ad ogni discesa mi sembra di vedere l’ottava sfera del mozzo anteriore, che compone il cuscinetto che regola lo scorrimento della ruota, il pensiero, quando affronto una discesa va a quella rigatura del cuscinetto, a cui due anni prima non avevo potuto porre rimedio. Ogni tanto la sento strillare e le vibrazioni le sento fin sopra le leve dei freni, sulle quali tengo sempre appoggiati gli indici e i pollici.
“Dai fai la brava, portami fin giù  e poi ti mando in pensione. Ti giuro che se mi porti giù senza fare scherzi, ti cambio e ingrasso tutti i cuscinetti”.
Promesse da marinaio!E va avanti così da due anni.
In questa condizione svanisce la condizione di emergenza,quando vai giù a settanta ottanta chilometri allora, l’emergenza svanisce, non ce tempo per nessuna emergenza, i freni ti servono solo   per controllare l’ingresso nelle curve o per controllare un’uscita troppo larga. Quando sei carico come un mulo e viaggi in discesa a sessanta, settanta chilometri allora, per giunta senza casco, i finali restano due:arrivare sano e salvo, oppure spaccarti le ossa e rischio della via,alla meglio una poltroncina con le ruote, per il resto della vita.
Personalmente preferisco crepare in discesa che per un cazzo di virus che non ho mai visto, preferisco persino le diciotto ruote di un autocarro sul groppone, senza agonia,senza coscienza e soprattutto senza sopravvivere al dolore.
Anzi adesso che ci penso, non mi dispiacerebbe portarmi il mio Virus con tutti i suoi cazzo di CD4 e carica virale al seguito, per vederli spalmati in venti metri di asfalto,nell’urlo di una frenata bruciante.

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Una Risposta to “Il paracadute Meccanico”

  1. balza73 Says:

    Devo venire fin qui a ‘pregarti’ di postare questo genere di racconti su Asfalto?
    Quando leggo questo genere di letteratura, perchè secondo me è letteratura, mi scatta come un riflesso di memoria e ripenso a quello che ho pensato quando ci siamo conosciuti: Ma sarà autentico questo tipo? sarà credibile? Mah!


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