scarpe piedi

Nell’arte moderna contemporanea esiste una forma d’arte alquanto sconosciuta e bizzarra: l’arte progettuale.

L’opera d’arte consiste nel progettare un oggetto o un progetto, che potrebbe essere un cucchiaio da gelato o una torre di fiammiferi da cucina,o un’associazione di pettinatori di Ricci l’oggetto è ininfluente.

l’opera d’arte consiste proprio nella progettazione, partendo dal disegno, alla scelta dei materiali,alle tecniche di costruzione o di assemblaggio nel caso di una torre di fiammiferi. E quando infine dal progetto potrebbe passare alla fase operativa l’artista archivia il suo lavoro perché l’opera d’arte a questo punto è terminata.

Il progetto è l’oggetto artistico.

Che cosa centra la resistenza umana con l’arte progettuale è il tema che affronterò nelle prossime righe. Partiamo dalla mia annosa condizione di senza fissa dimora, che fra una breve stanzialità e l’altra, in un clima complessivo di incertezza e discontinuità, mi vede impegnato in una lotta contro la disperazione e la follia. Lotta tuttora in atto ma che conduco con buon vantaggio rispetto al mio avversario.

Ed è proprio in questo scenario che si inserisce l’arte progettuale, quella che si potrebbe definire un’attività, superflua, fittizia, dannatamente creativa ed al tempo stesso di un valore artistico e curativo di eccellente valore.

Arrivo velocemente al punto.

Come pensate che ci si possa sottrarre allo sconforto ed alla follia in una vita traballante in cui la costante è l’incertezza e la volatilità emotiva ed affettiva?

Come trascorrere le lunghe giornate estive, fatte di caldo, non luoghi, internet, radio,qualche chilometro in bicicletta, lunghe malinconie serali imbrigliate in una ferrea determinazione a non cederle che il minimo sindacale del mio malumore. Come non cadere nel non senso assoluto che come un avvoltoio attende solo che tu ti lascia andare alla disperazione?

Progettando, tenendo il cervello impegnato in progetti che non vedranno mai la luce,ma che nella loro compilazione richiedono attenzione, cura, competenza, presenza e non ultima sobrietà.

In questi anni ho lavorato a lungo su questo terreno. Ho progettato viaggi in bicicletta, in autocarro, a piedi in carovana e tutti curati sin nei più piccoli particolari.

L’ultimo, ed è la ragione di tutte queste righe, riguarda un progetto a cui lavora da anni,abbozzato e poi ripreso più volte successivamente, si tratta di un sindacato di senza fissa dimora.

Un’associazione vera e propria: L’associazione sindacale A.U.A.P , “Attenda Un Attimo Prego”.

Una sorta di colonna sonora del senza fissa dimora che parte come un disco incantato ogni volta che ci si avvicini agli enti assistenziali pubblici.

Senza entrare troppo nei particolari tecnico burocratici, provate ad immaginare il dialogo fra un servizio sociale pubblico ed il suo utente senza dimora:

“Allora signor Ugo, mi dica che cosa c’è che non va? Sempre a lamentarci eh..E con il sert come va? Come va su mi dica!

Trovato lavoro sig Ugo”

“No dottoressa ora sono nel sindacato, faccio il sindacalista nel sindacato dei senza fissa dimora,

l’ A.U.A.P”

Provate ad immaginare la reazione della dottoressa che sino a ieri doveva succhiarsi i malanni di un fagotto da dormitorio,spettinato e maleodorante e che improvvisamente si trova di fronte un soggetto politico vero e proprio, con magari una versione tascabile della costituzione italiana che gli spunta dalla tasca,o una cartellina zeppa di documenti e copie dello statuto?

Ecco come si sopravvive al nulla cosmico dei non luoghi, restando vivi e di umore ragionevolmente sereno

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Il paracadute Meccanico

21 giugno 2008

Profilo blogIl Paracadute meccanico

…é la mia non più giovanissima Freis,una vecchia bicicletta da corsa che nei mercatini del’usato è possibile trovare a poco più dieci euro.
Con una compagnia così è difficile sentirsi smarriti, il massimo dello splendore la raggiunge quando le aggancio le borse da viaggio sui portapacchi, una posteriore da sessanta litri e due anteriori da venticinque litri l’una, in più uno zaino da settantacinque litri per le emergenze:spostamenti in cui la bicicletta sarebbe d’ingombro, una gita o un appuntamento d’amore. Un peso che varia da centoventi chili a centoquaranta chili di meccanica obsoleta, passione, amore e determinazione  lanciati in discesa a quaranta chilometri all’ora in cui una distrazione o una buca non anticipata potrebbero mandarti al creatore o lasciarti inchiodato per sempre su un divanetto a due ruote.
E’ un po come lanciarsi in discesa con un vecchio Guzzi senza il motore.
In curva non si scherza.
Centoventi trenta quaranta chili dopo pochi metri  cominciano a vivere di vita propria e se non stai attento ti portano dove vogliono loro: curve larghe e “dritti” rovinosi. Per fotterti basta poco meno di attimo.
Paura? Sempre!
La paura, e il controllo assoluto del mezzo possono regalarti momenti di adrenalinica ebrezza che ti avvicina al senso di onnipotenza.
“Cazzo questa cosa la so fare proprio bene”!
E poi vai oltre, sempre un pochino oltre; al culo della  corriera,( in scia per evitare l’attrito del vento) il sedere in fondo alla sella, torace ripiegato in avanti parallelo alla strada con l’ombelico appoggiato sulla punta del sellino e il naso quasi appoggiato alla pipetta del manubrio,posizione aerodinamica da virtuoso discesista. Trenta quaranta cinquanta sessanta e ottanta chilometri all’ora, sempre al culo della  corriera. Mi allargo per imboccare la curva, una frenata decisa a chiudere verso sinistra, lui tiene la corsia di destra.
Il primo è già volato,due, tre, quattro secondi. Infilo il passo lungo del cambio 53/14. ”Cazzo Stefano non lo fare è una cazzata! Esci!
Sono vicino al passa ruote anteriore della corriera, non resisto alla tentazione di infilargli la mano dentro per farmi scorrere la ruota sui polpastrelli delle dita con il ghigno di chi accarezza la testa ad un bambino, e poi via. Uno, due tre quattro secondi e gli sono davanti.
Bippppppp!!!!!!
“ Fanculo te è il tuo trattore”
Un sorpasso da “ Anonima Ciclisti “, la parte insana e goliardica che sopravvive in ogni vero cicloturista che un tempo sognava le competizioni e una carriera da professionista. Credo non sia tanto diverso dal buttarsi col paracadute da un aeroplano, ma dato che ho le vertigini  mi toccano i culi delle corriere e quello delle utilitarie variamente accessoriate.
Del mio paracadute meccanico ho voluto conoscere tutto, ogni singola sfera, dal movimento centrale, alla forcella, ai mozzi e persino le rotelle del cambio.
Ad ogni discesa mi sembra di vedere l’ottava sfera del mozzo anteriore, che compone il cuscinetto che regola lo scorrimento della ruota, il pensiero, quando affronto una discesa va a quella rigatura del cuscinetto, a cui due anni prima non avevo potuto porre rimedio. Ogni tanto la sento strillare e le vibrazioni le sento fin sopra le leve dei freni, sulle quali tengo sempre appoggiati gli indici e i pollici.
“Dai fai la brava, portami fin giù  e poi ti mando in pensione. Ti giuro che se mi porti giù senza fare scherzi, ti cambio e ingrasso tutti i cuscinetti”.
Promesse da marinaio!E va avanti così da due anni.
In questa condizione svanisce la condizione di emergenza,quando vai giù a settanta ottanta chilometri allora, l’emergenza svanisce, non ce tempo per nessuna emergenza, i freni ti servono solo   per controllare l’ingresso nelle curve o per controllare un’uscita troppo larga. Quando sei carico come un mulo e viaggi in discesa a sessanta, settanta chilometri allora, per giunta senza casco, i finali restano due:arrivare sano e salvo, oppure spaccarti le ossa e rischio della via,alla meglio una poltroncina con le ruote, per il resto della vita.
Personalmente preferisco crepare in discesa che per un cazzo di virus che non ho mai visto, preferisco persino le diciotto ruote di un autocarro sul groppone, senza agonia,senza coscienza e soprattutto senza sopravvivere al dolore.
Anzi adesso che ci penso, non mi dispiacerebbe portarmi il mio Virus con tutti i suoi cazzo di CD4 e carica virale al seguito, per vederli spalmati in venti metri di asfalto,nell’urlo di una frenata bruciante.

Scrivo consapevole d’aver da tempo un atteggiamento politico rispetto alla mia condizione di senza fissa dimora, é con questo sentire che oggi scrivo.
Ieri sera intorno alle ventidue dall’etere scivolano lentamente nella mia tenda due voci gracchianti,
sistemo l’antenna ed il modulatore di frequenza della radiolina e chi ti sento? Robin Giulio detto Tremonti (tutto attaccato per non correre il rischio di essere tassato tre volte) e l’olimpico Berlusconi conosciuto nell’universo e anche oltre come il nano più alto d’Europa, a cui non cresce il naso da anni perché crede profondamente e sentitamente in quello che dice e dunque non mente. Per un attimo ho il serio sospetto di essere stato inghiotto da Matrix (il film), ma voglio subito abbandonare questo pensiero, perché se così fosse la cosa non mi gioverebbe, ed allora mi concentro sui dialoghi di Robin Giulio e del Pinocchio normodotato che l’etere (legiferato da anni) questa sera mi vuole regalare. Il tema della conferenza stampa, dibattito, proclama, litania, liturgia, soliloquio, in parte mi riguarda e si occupa di due pacchetti approvati ieri con d.p.e f ( documento programmatico economico-finanziario) in cui vengono riformate avviati: il federalismo fiscale, riordino della pubblica amministrazione, soppressione degli enti inutili come le comunità montane all’altezza del mare e poi Maxi snellimento per le riforme ed un’aggiustatina al sistema del lavoro.
La sciabolata alla magistratura era già stata avviata, dunque non se n’è parlato. Di tutta la conferenza stampa mi sono concentrato sulla proposta di Tremonti di istituire una carta di credito per le fasce economicamente svantaggiate con un sistema di crediti, che dal carrello del supermercato arriverebbe diritto nella bolletta, riducendo quest’ultima di una piccola percentuale ma che rappresenterebbe il primo passo verso un welfare reale.
Da Wikipedia leggo: Il welfare state (stato di benessere tradotto letteralmente dall’inglese), conosciuto anche come Stato assistenziale o Stato sociale, è un sistema di norme con il quale lo Stato cerca di eliminare le diseguaglianze sociali ed economiche fra i cittadini, aiutando in particolar modo i ceti meno abbienti. Lo Stato sociale è un sistema che si propone di fornire servizi e garantire diritti considerati essenziali per un tenore di vita accettabile.
Non sono persuaso, alla fine dell’intervista ho a sensazione che appena fuori dalla tenda ci siano due venditori di aspirapolvere, quelli super moderni progettati dalla Nasa, che pettinano e fanno i ricci agli acari ribelli, aspirano, soffiano, lavorano con e senza acqua, dal desain impeccabile e dalla robustezza pari solo alle macchine agricole di una volta, di “quando che si stava peggio si stava meglio” al modico prezzo di tremila euro.

14 giugno 2008

scarpe piedi Un anno prima che cominciasse la mia carriera di Senza fissa dimora

20 settembre 2003

Mai visti tanti zeri in trentasei anni; amavo il 1999 sin dal 1991, il 2000 poi mi sembrò irreale. Pensai che saremmo morti tutti e invece il primo gennaio 2000 ero ancora vivo.

Parentesi.

Questo racconto avrebbe dovuto avere uno svolgimento differente se non fosse che circa quattro ore fa un medico dell’ospedale di Alessandria mi ha diagnosticato HIV. Sieropositivo all’HIV

Ho pianto.

A poche ore di distanza dalla notizia non ho ancora capito bene che cosa mi stia accadendo, ma sento d’essere già cambiato.

Triste, perché solo ieri m’immaginavo a sessant’anni a passeggiare per le colline del Monferrato sulla mia bicicletta da corsa. Sereno e un poco più saggio perché “ora” per la prima volta nella mia vita comincio a dare un senso al mio tempo e alle cose: un caffè, una telefonata ad un amico, due passi attorno all’isolato, un buon libro. Mi chiedo se non sto pagando un prezzo troppo alto per aver compreso queste cose solo adesso.

Come è possibile a questo punto essere sintetici?

Provo a mettermi dall’altra parte.
Io medico, con quali parole comunico al paziente che da oggi in poi il concetto della morte per lui sarà meno astratto?
Dovrò usare comunque delle parole.
Parole, appunto; e se sono un buon medico avrò imparato che le parole in certi casi devono essere scarne.
Dilungarsi allungherebbe un’ansia cattiva, inutile.

Ma le cattive notizie hanno anche un odore.
Quando le parole arrivano, la notizia spesso è già conosciuta. Aidso tumoresono solo parole, ma hanno quell’odore.
L’animale che sopravvive in noi nonostante condizionamenti, educazione, cultura, allarga le narici, mostra i denti e trema.

L’esito delle analisi del sangue, che avvengono ogni due mesi, per un sieropositivo è come il giudizio in cassazione, colpevole o innocente.
Per la HIV c’è la cassazione della cassazione della cassazione, e ogni volta, ogni due mesi appunto, l’esito si potrebbe ribaltare e i risultati da positivi essere negativi, e allora ti senti come uno yogurt con la scadenza.
Sono anni che non compero yogurt perché la scadenza è sempre troppo breve.
Se dovrò morire per un virus che non posso vedere e toccare verrei portarmi dietro il profumo dei fiori di bosco e dell’ulivo appena tagliato.

L’ultima cassazione mi ha assolto, il mio sistema immunitario ha reagito in modo sorprendente tanto da non rendere necessaria una terapia farmacologica; questa è la buona notizia, la cattiva è un’infezione epatica cronica che richiede una biopsia al fegato per accertarne l’entità.
Ma come, ieri il nemico numero uno era l’HIV, e ora mi sento dire che questo, almeno per il momento, non è il problema?

Nell’arco di quattordici mesi ho perso madre e padre di tumore, un fratello di overdose, scoperto di essere sieropositivo, perso casa lavoro e visto sfumare una relazione.

Una sola di queste cose in passato mi avrebbe piegato le ginocchia, tutte insieme hanno migliorato la mia vita.

Il dolore e la fatica restano totali, da questo punto di vista non ci sono stati sconti, quello che è cambiato è la percezione del peggio.

Quando sopravvivi a tutto questo restano veramente poche le cose che possano farti paura, e ogni tentativo per essere felice ha il sapore disperato dell’ultima volta, e allora ti butti senza chiederti come ne uscirai, perché mal che vada il peggio è già accaduto.